Hanno ucciso l’uomo ragno, la serie di SKY non è solo un inno ai mitici anni ‘90

Sviluppata da Matteo Rovere e Sydney Sibilia, la serie che re-immagina i successi degli 883 è stata una tra le produzioni italiane più apprezzate del 2024. Hanno ucciso l’uomo ragno ha, da poco, ottenuto il rinnovo anche per una seconda stagione. Non è solo una serie che racconta i mitici anni ’90 e una tra le pop band più rappresentative. È un racconto fresco e sincero sul mondo dei giovani e i sogni di libertà.  Gli episodi sono su Sky e Now. 

Da molti è stata definita la serie dell’anno, insieme a quel piccolo ma grande capolavoro di M – il figlio del secolo. E, in realtà, è proprio così. Hanno ucciso l’uomo ragno nasce come una scommessa sia per SKY che per il nostro panorama televisivo. Fin dal primo episodio si intuisce il potere e l’autenticità di un prodotto che non è solo una serie tv. Infatti, è anche – e soprattutto – un racconto intra-generazionale. È capace di raccontare l’Italia degli anni ’90 senza falsi perbenismi. Inoltre, è una serie che scalda il cuore ma che colpisce senza mezzi termini. Questo è perché miscela a sé il drama giovanile e uno sguardo sincero sulla musica pop. Infine, Sydney Sibilia con Matteo Rovere prende tutti gli aspetti più particolari di quel decennio. Entrambi ricamano un racconto accattivante, in bilico costante tra realtà e fantasia, tra dramma e commedia.

Una miscela che è risultata vincente e che ha portato la serie a imporsi come un fenomeno nel corso dell’ultimo anno. 8 episodi, intensi, concisi e diretti per entrare a gamba tesa nella Pavia degli anni ’90 e in un’amicizia che, poi, è diventata leggenda. Hanno ucciso l’uomo ragno ha un titolo molto esplicativo. Mette in scena una pagina di storia musicale attraverso l’ascesa al successo degli 883. Ieri come oggi, sono una tra le band più famose del nostro tempo. Con una seconda stagione in arrivo prossimamente – con il titolo di Nord, Sud, Ovest, Est – ecco perché la serie di Sky non vive grazie al suo effetto revival. 

Hanno ucciso l’uomo ragno: la nascita degli 883 

Una storia che, di per sé, è diventata già leggenda. All’alba degli anni ’90 e in una Pavia da cartolina, la serie racconta l’amicizia che è nata tra Max Pezzali e Mauro Repetto. Il primo è un ragazzo annoiato che è in cerca di un senso alla vita. Il secondo è impavido, è pieno di vita e sogna di poter affermarsi come musicista. Insieme si trovano a vivere un sogno ad occhi aperti quando, le musiche che strimpellavano nel garage di casa, diventano delle vere e proprie hit. Grazie a Claudio Cecchetto nascono gli 883. Per Max e Mauro, la vita cambia in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare. Ma, il successo porta con sé anche il peso della notorietà. Inoltre, subito crea una sorta di frattura nell’amicizia tra i due. La leggenda però è nata e nessuno può fermare l’ascesa degli 883. 

Una serie che racconta gli anni ’90 e ideali che si sono persi nel tempo

Dicevamo, grazie a un mix ben congeniato di dramma e commedia, la serie ha saputo miscelare molto bene i suoi equilibri. È sia un racconto di formazione, fresco e genuino ma, di convesso, è anche una fotografia di cuore e di pancia di un’epoca di grandi cambiamenti in cui c’era ancora spazio per i sogni.

Prima dell’euro, prima del millennium bug, prima della crisi economica e prima che il concetto stesso di Unione Europea si sfaldasse. Gli anni ’90 sono stati rappresentati nella loro forma più bella e con tutte le loro bellissime incongruenze.

Hanno ucciso l’uomo ragno, attraverso il racconto degli 883, mette in scena un ritratto di un’epoca che fu molto veritiero. Non scende a compromessi con l’agiografia. Infatti, prende le distanze da quello che può essere il momento revival, per essere solo un racconto straordinario su di un’epoca fondamentale per la cultura pop di oggi. E la bellezza è insita proprio in questo. 

Non è la prima serie sul genere 

 Un esperimento che non è fine a se stesso. Anzi, quello di Hanno ucciso l’uomo ragno ha cavalcato una moda che sta facendo molta strada in tv. Prima di lui, è stata la fiction di Un’altra estate (con Lino Guanciale) che ha permesso al pubblico di compiere un viaggio indietro nel tempo negli anni ’90. Segno che quel decennio (insieme agli ’80) ha rappresentato un vero e proprio punto di svolta per la nostra cultura e la società.