Di pace e di scienza
Nel dibattito attuale, segnato da guerre e conflitti sempre più vicini e violenti, spesso si chiede con forza agli scienziati di uscire dalla neutralità e “schierarsi apertamente per la pace”, proprio perché è evidente che la scienza e le tecnologie da essa derivate giocano un ruolo rilevante negli scenari bellici contemporanei.
Tale richiesta si accompagna frequentemente a una sorta di accusa implicita agli scienziati stessi, quasi che la comunità scientifica debba rispondere direttamente delle applicazioni militari delle proprie conoscenze.
È capitato anche a me, e da qui prendo spunto per un breve argomento che spero possa essere condiviso dal lettore.
È necessario, per cominciare, distinguere nettamente i piani: la scienza in sé non è un soggetto morale autonomo, né gli scienziati sono chiamati a prendere posizione per il fatto stesso di essere ricercatori.
Non è in quanto scienziati che abbiamo il dovere morale di rispondere agli appelli contro la violenza e in favore della pace, bensì in quanto cittadini consapevoli. La responsabilità primaria che abbiamo come esseri umani è quella di difendere apertamente i valori universali sui quali si fonda una società civile degna di questo nome: la pace, la dignità umana, la libertà individuale e collettiva, il rispetto per l’altro.
Questo non significa sottrarsi alla responsabilità che deriva dal nostro mestiere. Proprio perché conosciamo intimamente il valore della conoscenza e della razionalità come antidoto naturale alla violenza irrazionale, al riduttivismo brutale, agli argomenti binari e semplificati che dominano la comunicazione e il dibattito pubblico in momenti di crisi, abbiamo un compito specifico: difendere la razionalità e la conoscenza contro ogni uso distorto e manipolatorio.
Ma lo facciamo non in quanto “scienziati”, bensì in quanto persone consapevoli del significato profondo del nostro ruolo sociale. È in virtù della nostra cittadinanza attiva, della nostra adesione ai principi fondanti della nostra Costituzione, che possiamo e dobbiamo impegnarci pubblicamente, opponendoci non solo al conflitto e alla violenza, ma soprattutto alle dinamiche culturali e politiche che li alimentano.
La conoscenza scientifica, del resto, rappresenta la forma più efficace di contrasto ai fondamentalismi, agli slogan violenti, alle polarizzazioni esasperate e infondate. In quanto scienziati e uomini di cultura, dunque, abbiamo il compito di difendere la conoscenza come patrimonio civile e democratico, un patrimonio comune che non può e non deve essere subordinato a interessi di parte o a scelte violente.
Occorre quindi a questo punto chiarire cosa significhi per me “schierarsi per la pace”: non vuol dire “schierarsi per la resa”.
Al contrario, vuol dire difendere proprio quei valori universali che la pace autentica presuppone, specialmente in situazioni come quelle attuali dell’Ucraina e di Gaza, dove sono stati direttamente attaccati non solo i confini di una nazione, ma il diritto stesso di un popolo alla libertà, all’autodeterminazione, alla dignità e alla stessa esistenza.
Schierarsi per la pace, dunque, implica anche sostenere attivamente coloro che resistono a una violenza ingiustificata e oppressiva, opponendosi con forza all’idea che la pace possa essere il semplice silenzio delle vittime di fronte all’aggressore.
Significa, infine, riconoscere che la pace vera può essere costruita soltanto a partire dalla giustizia, dalla libertà e dal pieno rispetto dei diritti fondamentali.
Ma proprio su questo punto emerge una difficoltà fondamentale. Ognuno dei belligeranti, infatti, tende ad affermare che è la propria sicurezza, la propria libertà, la propria dignità ad essere minacciata dalle azioni e dai proclami dell’altro.
È proprio su questa ambiguità, su questa reciproca contrapposizione di ragioni che la retorica bellicista fa leva, trasformando facilmente gli appelli come il nostro in armi retoriche utili soltanto a rinforzare la propria parte e demonizzare l’avversario.
Proprio per questo, è essenziale mantenere la lucidità e l’indipendenza critica, rifiutare categoricamente di lasciarsi coinvolgere nella logica binaria e semplificatrice del conflitto. Difendere i valori della pace, dunque, significa innanzitutto saper riconoscere e denunciare le manipolazioni retoriche, respingere la narrazione che divide il mondo rigidamente in amici e nemici assoluti, riaffermare con forza l’importanza della ragione e della complessità contro la tentazione della violenza semplificatrice.
Ed è qui, per concludere, che emerge chiaramente il ruolo dello scienziato, così come di chiunque faccia della razionalità e del pensiero critico il proprio metodo: nella difesa del pensiero razionale, egli presidia e protegge proprio la pace. Uno scienziato può fare molto di più riconoscendo e denunciando con rigore l’irrazionale che si annida nelle argomentazioni di tutti i belligeranti—smontando le retoriche ingannevoli e i falsi dilemmi—che non scendendo in piazza a protestare brandendo una bandiera fra le tante.
È questo il contributo decisivo che possiamo offrire alla pace: restare vigili sentinelle della razionalità, custodi del pensiero libero e della capacità critica, strumenti fondamentali e irrinunciabili per arginare la spirale della violenza.