Su Netflix c’è La città Proibita, film “maccheronico” di Mainetti che fa il verso alla tradizione del kung fu

Dal cinema si passa allo streaming. È appena arriva sulle frequenze di Netflix il terzo film diretto da Gabriele Mainetti. Con La città proibita, il regista racconta la Capitale con uno sguardo multietnico ma sconclusionato. Nonostante le buone premesse, la pellicola si sgonfia subito e si perde per strada senza riuscire a convincere fino in fondo. 

C’è da ammettere che la cinematografia italiana sta cercando nuove strade per veicolare la propria arte. Si è uscito da quel periodo di stasi e, oggi, i film prodotti in Italia sono diventati un vero orgoglio per il nostro Paese. Lo dimostra ciò che ha fatto Gabriele Mainetti che, tra i giovani (non poi così tanto) registi che lavorano in Italia, è uno dei pochi che (per davvero) ha investito a tutto tondo nell’arte cinematografica. Fulminante è stato il suo esordio con Lo Chiamavano Jeeg Robot. Fenomeno che non è riuscito a replicare con Freeks Out e, a onor del vero, non è riuscito a farlo neanche con La città Perduta. Arrivato nelle sale a inizio del 2025, il film è stato già inserito nel catalogo di Netflix.

Una mossa che ha dato agio alla pellicola di imporsi in un mercato molto difficile e dove il film stesso non riesce più a trovare spazio nelle sale. Lo streaming può anche essere la nuova frontiera ma dietro deve esserci una storia solida, di impatto e non solo un buon lavoro di regia. La città proibita, infatti, pur confermando il grande talento del regista romano, risulta essere un film senza identità, che attinge da svariati generi senza trovare una giusta dimensione. È un film sull’amore? Un revenge movie? Oppure solo un atto d’amore alla cinematografia asiatica?

La città proibita, di cosa parla il film 

Segue la storia di Marcello (Enrico Borriello), giovane cuoco romano che lotta per tenere in piedi il ristorante di famiglia, sommerso dai debiti dopo la misteriosa scomparsa del padre Alfredo (Luca Zingaretti). Accanto a lui ci sono sua madre Lorena (Sabrina Ferilli) e Annibale (Marco Giallini), un uomo dai metodi discutibili che non nasconde il suo disprezzo per la comunità cinese del quartiere romano dell’Esquilino. L’equilibrio precario della sua vita viene sconvoltodall’arrivo di Mei (Yaxi Liu), una ragazza cinese esperta di arti marziali, giunta a Roma per cercare la sorella Yun, finita nel giro della prostituzione e scomparsa misteriosamente.

Determinata a scoprire la verità, Mei non si ferma davanti a nulla, mettendo sottosopra il ristorante La Città proibita, gestito dall’enigmatico Wang, l’uomo che ha portato Yun in Italia. Il destino di Mei e Marcello si intreccia quando scoprono che Yun e Alfredo sono stati uccisi e sepolti nella periferia romana. Ma chi c’è dietro il delitto? La mafia cinese o qualcuno di ancora più vicino? Mentre affrontano insieme la pericolosa criminalità capitolina, tra loro cresce la tensione, alimentata dalle differenze culturali e dai pregiudizi. Ma in un mondo spietato, l’unico modo per sopravvivere è imparare a fidarsi l’uno dell’altra.

La città proibita, oltre all’omaggio al cinema orientale non c’è niente di più

Tutto si può dire tranne che La città proibita non sia un buon film d’azione ma, nonostante ciò, le sue criticità sono ben evidenti. Oltre a un racconto che è dilatato nel tempo con estrema lentezza, la storia in sé pare che sia poco aderente alla realtà romana in cui è ambientata. A uno sguardo sui quartieri della Capitali e a una realtà multi-etnica, La città proibita non riesce a emergere dal suo stesso pantano, restando in bilico e senza prendere una posizione.

Vuole essere un film d’amore ma anche un film sull’integrazione (concetto molto moderno), vuole essere un film che omaggia il cinema asiatico e vuole essere un film che affronta la vendetta e i legami intra-familiari. Un pastrocchio che funziona ma solo nella prima parte, per capovolgersi nella seconda e perdendo (definitivamente) la sua efficacia. Un peccato perché, a livello produttivo, il film è una spanna sopra gli altri. Sui contenuti, purtroppo, c’è ancora da lavora. 

Gabriele Mainetti è un astro nascente del cinema, ma… 

C’è da dire che il film merita di essere visto anche per comprendere (e apprezzare) la tecnica registica di Mainetti che, come nei precedenti lavori, ha superato qualsivoglia aspettativa. Pur confermandosi un “uomo di spettacolo” di grande talento, Mainetti dovrebbe far chiarezza su come vuole raccontare i suoi film. Perché, al netto di un omaggio a Roma e alle sue contraddizioni, La città perduta ancora non eguaglia ancora una volta il primo storico lungometraggio.