Il controverso accordo tra Italia e Albania per la gestione dei migranti è tornato al centro del dibattito politico dopo la diffusione di dati allarmanti sull’operatività e i costi dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) in territorio albanese.
Secondo quanto emerso da un’analisi congiunta di ActionAid e dell’Università di Bari, nel 2024 il Cpr di Gjader, l’unica struttura effettivamente operativa, ha funzionato per appena 5 giorni, generando una spesa quotidiana di 114mila euro. Un costo complessivo di 570mila euro per trattenere 20 persone, poi tutte rilasciate in poche ore.
Questi numeri sollevano seri interrogativi sull’efficacia e la sostenibilità del “modello Albania”, un progetto fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni come soluzione alla questione migratoria. Il rapporto evidenzia un costo per singolo posto letto allestito in Albania di oltre 153mila euro, una cifra nettamente superiore ai 21mila euro necessari per strutture analoghe in Italia, come il Ctra di Porto Empedocle (AG).
Il Viminale: “Un modello in Europa”
Nonostante le critiche e i dati sui costi, il Ministero dell’Interno difende con forza l’operato, definendo il protocollo Albania un “investimento fondamentale” e un “modello da più parti apprezzato” in Europa. Fonti del Viminale sottolineano come l’accordo rappresenti una “risposta concreta, strutturata ed efficace che consentirà una volta a regime” di gestire i flussi migratori. Questa posizione, tuttavia, cozza apertamente con la realtà di un’operatività quasi nulla nel corso dell’anno precedente.
Schlein: “Meloni si scusi con gli italiani”
Dura la reazione dell’opposizione, con la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, in prima linea a chiedere conto al governo. “Giorgia Meloni deve chiedere scusa agli italiani,” ha dichiarato Schlein, sottolineando come “i numeri relativi ai costi della sua illegale operazione Albania sono un insulto anche a quei milioni di persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese”. La segretaria del PD ha definito l’operazione un “fallimento costoso che viola i diritti”, emblema di una politica migratoria “inefficace, costosa e opaca” e ha chiesto un immediato “mea culpa” e un ripensamento da parte del governo.
Le accuse non si limitano ai costi esorbitanti e all’inefficienza. Le organizzazioni per i diritti umani e parte dell’opposizione denunciano da tempo la potenziale violazione dei diritti umani nei Cpr e l’incompatibilità del protocollo con il diritto europeo, una questione su cui anche la Cassazione ha espresso dei dubbi, rinviando il caso alla Corte di Giustizia UE.
La vicenda dei Cpr in Albania si configura sempre più come un banco di prova per il governo Meloni, chiamato a giustificare un investimento ingente a fronte di risultati finora quasi inesistenti e di forti critiche sia sul piano economico che su quello etico-legale. Il dibattito è destinato a infiammarsi ulteriormente, mentre l’Italia si interroga sull’efficacia delle proprie politiche migratorie.











