Femminicidio: il costo di una “cavolata”, l’ennesima banalizzazione del male

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L’Italia si sveglia ancora una volta sotto il peso di una notizia sconvolgente, l’ennesimo femminicidio. Questa volta, a Montecorvino Rovella, nel Salernitano, una donna di 47 anni, madre di tre figli, è stata brutalmente uccisa.

Un dramma che si consuma tra le mura domestiche, là dove il diritto alla sicurezza e all’amore dovrebbe essere incondizionato.

I dettagli, riportati anche dal quotidiano Il Mattino, sono agghiaccianti, ma a ferire ancor di più sono le parole che, secondo le ricostruzioni, l’assassino avrebbe pronunciato: “Ho fatto una cavolata”.

Un’espressione che suona come una beffa, un’offesa indegna di fronte a una vita spezzata, a un futuro rubato. Una “cavolata” è un errore innocuo, una dimenticanza, non l’omicidio di una donna e l’abbandono di tre figli. Questa frase rivela l’abisso morale e l’assenza totale di coscienza di chi l’ha pronunciata.

L’inaccettabile banalizzazione della violenza non si può più subire.
La banalizzazione del gesto omicida, ridotto a una semplice “cavolata”, è l’espressione più cruda di una cultura tossica che non riconosce la donna come un essere umano con pari dignità e diritto alla vita.

Si tratta di una visione distorta, che concepisce la donna come un possesso, un oggetto, non una persona. Quando la relazione si interrompe, quando l’uomo perde il controllo che credeva di avere, l’unica risposta che conosce è la violenza estrema, l’eliminazione di ciò che non può più dominare.

Questi assassini sono codardi, privi di dignità e di coraggio. Si nascondono dietro una presunta “passione” o “disperazione” che in realtà non è altro che un’incapacità di accettare il rifiuto e di gestire le proprie insicurezze. Un gesto di profonda debolezza, che viene pagato con la vita altrui.

Un vuoto etico e valoriale da colmare in famiglia e a scuola.
Il fenomeno del femminicidio non può essere affrontato solo come un problema di ordine pubblico o un caso di cronaca nera. È una questione profondamente etica e valoriale che interroga l’intera società.

L’espressione “Ho fatto una cavolata” evidenzia un fallimento educativo e culturale. Significa che non è stato interiorizzato il valore della vita umana, il rispetto per l’altro, l’accettazione della libertà e dell’autodeterminazione.

Dobbiamo condannare con forza non solo il singolo atto, ma anche il sistema di pensiero che lo alimenta. Dobbiamo educare al rispetto sin dall’infanzia, demolire gli stereotipi di genere e promuovere una mascolinità sana, basata sulla forza d’animo, non sul dominio.

È una battaglia che richiede l’impegno di tutti, dalle istituzioni alle famiglie, dalle scuole ai media. Solo così potremo sperare di costruire una società in cui la vita di una donna non sia più considerata una “cavolata”, ma un bene prezioso e inviolabile.