La musica è una forma di “resistenza”. Intervista alla scrittrice Irene Gianeselli

Speranza è il titolo del nuovo romanzo di Irene Gianeselli, edito da Giuntina con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. 

Un’opera intensa e stratificata che attraversa memoriadesiderio e responsabilità politica, interrogando il nostro tempo attraverso una storia di incontri, silenzi e ascolto. Ambientato a Roma, tra i vicoli del quartiere ebraico, il romanzo mette in scena il confronto tra Nora, giovane musicista inquieta, e Leone, psichiatra ebreo di mezza età, portatore di una memoria storica che non smette di ferire. Nora è abitata da un’eredità che non ha vissuto direttamente ma che la attraversa come una vibrazione sotterranea, una musica senza tempo che la espone alla fragilità del presente. Leone, invece, conosce il peso della Storia come ferita rimossa e come ritorno costante: la Shoah, la diaspora, l’angoscia di un oggi segnato dal conflitto in Medio Oriente, che sembra lacerare ancora una volta l’identità ebraica e rendere impossibile ogni forma di neutralità.

In questa accurata intervista l’autrice ci racconta com’è nata l’idea di scrivere questa storia intensa, del suo legame con la città di Roma nella quale è ambientata, di memoria e di incontri che genera una sorta di rispecchiamento come accade ai protagonisti di Speranza.

Irene, partiamo dall’origine, come è nata l’idea di scrivere Speranza?

Speranza è nato durante una passeggiata nel Quartiere Ebraico di Roma, nel 2017. Ma misi l’idea da parte: mi sembrava di non essere pronta ad affrontare l’amore in relazione a una questione politica e, non essendo di origini ebraiche, non volevo appropriarmi di una cultura senza prima averla studiata a fondo. In quell’anno mi fu regalato anche L’ebraismo e la psicologia analitica (Giuntina) di Gianfranco Tedeschi, figura molto importante per la psicologia junghiana e per la cultura ebraica italiana e romana. Quel libro ha avuto un ruolo decisivo nella nascita del romanzo, soprattutto per una frase che mi ha accompagnata a lungo: «Essere ebreo significa domandarsi ogni giorno cosa significhi essere ebreo».

Nel 2024-2025 mi è arrivata proprio da Giuntina la proposta di scrivere un romanzo sul presente. Così ho ripreso i miei appunti e ho proposto questa storia. Per me è stata soprattutto l’occasione per prendere posizione contro il genocidio, chiarendo che il passato non può essere usato per giustificare l’orrore del presente, né può essere riletto svalutando il dolore e il male che è stato fatto dai nazisti e dai fascisti. Quando di recente ho ascoltato la storica Anna Foa e ho letto il suo Mai più (Laterza, 2026), ho sentito di non essere sola. Proprio perché non sono ebrea, considero un dovere prendere posizione: riconoscere che le vittime sono tutte vittime e che la guerra è un crimine contro l’umanità. Perché continuiamo a esitare?

Nel tuo romanzo centrale è l’incontro tra Nora, giovane musicista e Leone, psichiatra ebreo tra i quali si attiverà una sorta di rispecchiamento l’una nei confronti dell’altro. Come definirlo questo “rispecchiamento”?

Come la possibilità di sperimentare in un racconto ciò che nella realtà ancora non esiste. Nora e Leone sono un pretesto per discutere di un problema reale: non guardiamo più gli altri, pensiamo solo a noi stessi. “Ama il prossimo tuo perché è te stesso” scrive Elsa Morante nel Mondo salvato dai ragazzini (nel 1968!). Possiamo dire oggi di farlo? Non ci parliamo più come “guardandoci a uno specchio” (cito una bellissima lettera di Paolo Volponi a Pasolini del 12 aprile 1972). Poi c’è un altro elemento, che è il rapporto donna-uomo, tutt’altro che risolto. Salvo alcuni casi rari — troppo rari — le donne, soprattutto se giovani, vengono costantemente messe alla prova e, se non falliscono, sminuite. Altro che femminismo superato: abbiamo un gran bisogno del femminismo! Rosa Luxemburg, però, aveva ragione, “a essere umani non posso educarvi”. E io temo proprio che il potere sia anti-femminista, oltre che generalmente anti-umano. Questo spiega perché anche le donne siano delle feroci matrici di oppressione contro le altre donne. Ma questa considerazione non cerca consolazione. Con il romanzo volevo mettere alla prova chi possiede potere e prestigio: un uomo adulto, nato nel giugno del 1967 (la Guerra dei Sei Giorni tra il 5 e il 10 giugno di quell’anno storicamente è un conflitto lampo piuttosto rilevante, ho scelto volutamente un compleanno simbolico per il protagonista), che avrebbe il dovere di prendere posizione e continua invece, anche maldestramente, a non farlo. Mi sembrava il paradigma, o l’algoritmo, se vuoi, del nostro tempo. Però Leone è un uomo profondamente intelligente: il fatto che apprenda di nuovo la propria vulnerabilità e l’ascolti fa di lui un essere che tende al progresso. L’essere umano, per me, deve sempre tendere al superamento di sé stesso. Per questo ritengo che una delle grandi ingiustizie del nostro tempo sia proprio il fatto che ci vorrebbero educare ad avere spregio di chi è vulnerabile: chi non corrisponde al modello ideale di forza e di violenza deve essere soppresso, chi lotta per sopravvivere deve essere soppresso, chi non fa parte di una élite di privilegiati deve essere allontanato, sedato, represso. È una logica disumana e la cosa ancora più disumana è che alcuni di noi la ritengono coerente, ragionevole, e soprattutto facile da accettare, come una abitudine prudente a garanzia del proprio benessere e del proprio tornaconto. Vedo specchi rotti o coperti nella nostra realtà, Nora e Leone riescono a fare qualcosa di rivoluzionario provando a stare nella reciprocità: per questo, il loro limite è che sono i personaggi di un romanzo. Io non vedo persone che vogliano fare autocritica. Mi rendo conto, mentre lo dico, che sono disperata e allegra, come una delle donne di Franca Rame.

L’incontro tra i due protagonisti è anche segnato dal silenzio. Come e in che misura i silenzi comunicano come ci dimostrano Nora e Leone?

Dipende dalla disposizione ad ascoltarli. I silenzi sono sempre una sfida. Ricordo la lezione che mi diede Carlo Cecchi, mio maestro di teatro, che ho perso proprio quest’anno, mi manca moltissimo. Carlo mi disse: «Quando c’è da giocare con il silenzio, cerca di mantenerlo finché non diventa insopportabile per te e per il pubblico. Anche a costo di provare dolore mentre reciti». Ci ripenso spesso. Anche nella musica molti tendono a ignorarlo, ma è essenziale. Il silenzio di Nora è quello di chi, all’inizio del romanzo, ha parlato persino troppo e quindi può tacere. È protesta, più che difesa.  Quello di Leone è il silenzio indecente di chi non prende posizione. Il fatto che entrambi si provochino fino a non poterne più, fino cioè a sentirne dolore riprende proprio l’indicazione di Carlo Cecchi. Non c’è niente di masochistico in questo, ma c’è una forma di sperimentazione: fino a che punto siamo disposti a privarci del suono e perché non troviamo una alternativa al silenzio? C’è un vero del mio poeta preferito, William Butler Yeats, che ogni tanto mi rammento quando voglio darmi l’occasione di tacere. “Noi parliamo troppo e con troppa leggerezza”.

Il fulcro dell’intero romanzo è il ruolo della memoria per l’esistenza umana. Che tipo di rapporto hanno i tuoi protagonisti nei confronti della memoria?

Entrambi ne hanno un grande rispetto: per questo Leone non è, fino in fondo, soltanto un personaggio negativo, anche se di fatto è l’antagonista di sé stesso. Nora ha anche paura della memoria, perché è attraversata da qualcosa che non conosce ma che comprende senza troppa retorica: l’offesa contro l’essere vivente. Il fatto è che Nora è creaturale e viscerale, mentre Leone rappresenta la società che trattiene e fa dell’ipocrisia una virtù. Ma le viscere sono le viscere: non si può arginare il fiume in eterno.

La Storia può essere davvero “pesante” per l’evoluzione dell’esistenza?

Deve esserlo. A forza di travisare, mistificare e rendere strumentali al disimpegno intellettuale le lezioni calviniane, ci siamo ritrovati incastrati in un continuo atto di rimozione e alleggerimento. Eppure, Calvino era un partigiano, non chiedeva questo appiattimento in nome di una moralità doppia, non voleva la depravazione culturale, l’abisso in cui siamo caduti oggi. Hanno un peso le pietre d’inciampo, come lo hanno tutti i corpi assassinati e passati nei forni crematori dai nazisti e dai fascisti. Allo stesso modo, oggi pesano tutti i corpi e tutte le voci delle vittime. Della latitudine e della longitudine, a questo punto, mi importa poco: sono esseri umani a cui è stato tolto il diritto alla vita. Per questo non tollero revisionismi: la penso esattamente come Pertini. Il fascismo è un crimine, la Costituzione italiana, democratica e partigiana lo ripudia. Il sentimento dei personaggi è questo, anche se vissuto in modo diverso. Poi, sicuramente il discorso è anche filosofico: ho riletto L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera e mi sono accorta che il romanzo è scritto da un uomo che tenta di spiegarmi il mio pensiero mentre lo leggo, ma per farlo mi impone il suo. Lo fa cadere dall’alto, con una naturalezza a tratti disarmante, persino in buona fede, probabilmente. Questo mi è sembrato pesante come il giustificazionismo e il moderatismo della contemporaneità. Poi ho osservato alcuni uomini con cui lavoro e ho notato che fanno lo stesso, è più forte di loro: se capisco qualcosa pretendono che gliela spieghi secondo il loro metodo di pensiero o tentano di rispiegarmela a modo loro. Ma io l’ho già capita. Ovviamente, parlando con altre giovani donne, sappiamo che a tutte è accaduto almeno una volta. Al giorno. Ecco, ho visto meglio Nora: come si fa ad essere giovani e donne se si hanno intorno i processi di pensiero degli altri e la pretesa di doversi conformare? Così mi sono detta che il romanzo avrebbe dovuto affrontare la pesantezza e la leggerezza. Ma questa volta, a modo mio. È il modo di una donna, ma è giusto che gli uomini comincino ad abituarsi. E lo dico senza alcuna rivalsa: le donne pensano, godono, vivono. È un dato di fatto. Perché esitiamo anche su questo?

Come il trauma individuale può intersecarsi con quello collettivo?

Lo fa di continuo, perché siamo individui plurali: mi riguarda anche il trauma di chi non è legato a me da un rapporto di discendenza. Il trauma inflitto a un altro essere vivente mi riguarda: sono vivente anch’io. Non è una questione di bontà o di ingenuità: è una questione di appartenenza. Sono del mondo e il mondo mi appartiene. Non dobbiamo temere di avere un cuore e di avere a cuore qualcosa di diverso da noi stessi.

La musica nel tuo romanzo diventa un mezzo di resistenza. Essendo anche tu una musicista oltre che scrittrice, per te che ruolo ha?

Sono d’accordo con te: la musica è Resistenza. Penso che lo fosse anche per Chopin, o per altri, certo in modo intimamente diverso, ma la musica è una forma di affabulazione. E narrare è resistere, come vivere, del resto. Anche nel mio romanzo precedente, Tutta stesa sul mare, la musica è Resistenza (proprio con la “R” maiuscola). In quel caso abbiamo lavorato al mio album di inediti Cuore antico per accompagnare il romanzo, con Valerio Rivieccio abbiamo pesato ogni nota, e l’unica canzone popolare che abbiamo riarrangiato è stata proprio Bella ciao. Ho scelto di cantarla con il testo tramandato da Floriana Diena Putaturo. Quindi non “Partigiano portami via” ma “Mamma, io vado ai monti”. Le donne hanno fatto la Resistenza, anche su questo, mi piacerebbe che si smettesse di esitare. Sono partigiana come lo era Antonio Gramsci, come lo era Pier Paolo Pasolini, come lo è stata Lidia Menapace: non c’è niente di più umano che prendere parte, scegliere da che parte stare.

Il romanzo è ambientato nel quartiere ebraico di Roma, che legame hai con questa città?

Roma è un amore eterno, davvero. Ci sono venuta piccola, mentre mia madre si laureava per la seconda volta alla Sapienza, e il mio primo ricordo legato alla città è proprio la sua mano che stringe la mia sul tram. Indosso un vestitino giallo; davanti alla statua di Atena vedo i suoi capelli mossi mentre andiamo alla sua seduta di laurea. Se potessi, vivrei a Roma. Mi piace il modo in cui le persone mi raccontano le loro storie, la semplicità con cui scelgono di farti entrare nella loro vita e il coraggio con cui sanno anche tenertene fuori. Mi piace una Roma che forse tra poco non esisterà più, deve resistere alla mistificazione, all’imbruttimento caricaturale. E poi, per me Roma sarà sempre la signora Speranza: devo a lei il nome del romanzo. Davvero, è e resterà sempre la donna più bella del mondo, anche se ho saputo che non c’è più. Sono felice che sia riuscita a vedere il romanzo e di avere ascoltato la sua testimonianza e, soprattutto, di aver registrato la sua voce che canta la filastrocca degli sfollati di San Lorenzo, Nora la ascolta dal personaggio che porta il suo nome nel romanzo. Speranza: che nome meraviglioso da dare a una bambina.

A chi consigli la lettura del tuo romanzo?

A tutti coloro che lo desiderano. Elsa Morante diceva: «È per l’analfabeta che scrivo». La penso come lei, da sempre. E poi, io sono anche quell’analfabeta.

Progetti futuri

Vorrei finire un romanzo a cui lavoro da un paio d’anni e poi tornare a fare teatro. Il Covid ha interrotto i miei piani: mi ha portato a produrre tre cortometraggi molto apprezzati, ma avevo iniziato a portare in scena un monologo al pianoforte dedicato a Pier Paolo Pasolini, tratto da un mio racconto, Preghiera di novembre che era stato selezionato al Premio Campiello Giovani. E poi c’è la ricerca. Ma tutto è ricerca.