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“Carissima Mariangela,
Ti faccio i miei complimenti per questa rubrica che curi e per il fatto che divulghi con costanza e determinazione l’empatia. È una dote insita nel nostro Dna in quanto esseri umani e che abbiamo bisogno di mettere in pratica in diversi contesti della nostra esistenza. Soprattutto in quello professionale e lavorativo dove purtroppo viene poco valorizzata. Te lo dico per esperienza perché l’ambiente nel quale lavoro è altamente tossico. Ogni giorno mi sento prosciugato e sono continuamente messo sottopressione da un capo. Anziché valorizzare il lavoro dei suoi dipendenti, non fa altro che criticarli e non dare loro la giusta importanza. Se solo si fosse più empatici…sono convinto che l’ambiente lavorativo migliorerebbe. Io andrei al lavoro con più entusiasmo anche se è il settore in cui ho sempre desiderato operare. Nico”
Caro Nico,
Come hai detto tu l’empatia è una dote che insita dentro di noi in quanto esseri umani. Spesso ci dimentichiamo di coltivarla e farla diventare una costante nel nostro modo di rapportarci all’Altro. Essa non viene messa in pratica solo nei rapporti sentimentali ma anche in quelli professionali e quindi nei contesti lavorativi.
Un capo o un team leader empatico è in grado di promuovere attivamente e concretamente le capacità pro-sociali e le competenze trasversali della propria squadra e dei propri dipendenti. L’empatia è una componente dell’intelligenza emotiva che in un contesto lavorativo aiuterebbe a migliorare la qualità dell’ambiente lavorativo. Consentirebbe di far sentire i componenti di un team parte attiva e di valore nel raggiungimento di un obiettivo. Accrescerebbe l’autoefficacia, la motivazione e l’autostima che quando si svolge un lavoro sono delle componenti che aggiungono valore.
La valorizzazione dell’empatia e dell’intelligenza emotiva in un contesto lavorativo dimostrano quanta cura si ha nei confronti del lavoro degli altri. Sono visti come degli alleati e dei complici preziosi. Ciò che manca in molti contesti lavorativi tossici è proprio il riconoscimento dell’Altro come essere umano, con la sua storia personale. Con le sue capacità e competenze uniche e speciali e quindi non replicabili.
E invece molti datori di lavoro trattano i propri dipendenti come dei robot, delle pedine grazie alle quali raggiungere il proprio obiettivo. Dimeticandosi che anche gli altri, in questo caso dipendenti e colleghi partecipano ad esso. La situazione diventa deludente quando nel tuo caso, caro Nico, ti ritrovi a svolgere il lavoro che hai sempre sognato. Tuttavia, con un capo e colleghi ad alto livello di tossicità. È una situazione che ti fa sentire avvilito e che mina alla tua autostima.
Molta gente si ritrova nella tua stessa situazione. È brutto ritrovarsi ad odiare il proprio lavoro per colpa degli altri. Mi viene spontaneo esortarti a confrontarti con il tuo capo e parlargli apertamente. Se non c’è dall’altra parte “un venirsi incontro” e trovare un punto di comune spetterà a te prendere una decisione. Fino a che punto si è disposti a resistere e a stringere i denti? Subire e sentirsi sopraffatti da quello che credevamo il lavoro della nostra vita?
Bisognerebbe capire quali sono le proprie priorità nella propria vita e quali gli ideali che si intende perseguire. Se si vuole abbracciare a pieno la serenità e sentirsi in pace con sé stessi o soddisfatti di quello che si è o si fa. Prima o poi ci ritroveremo a fare scelte o accettare compromessi. È una decisione che spetta solamente a noi stessi. In quanto protagonisti della propria esistenza che non si può delegare o dare in pasto a chi non si riconosce. Valorizza per ciò che siamo, per la nostra unicità.
Mi viene in mente mentre rispondo alla tua lettera che non dovremmo mai perdere di vista il proprio ikigai. Mai smettere di credere in esso e coltivarlo attivamente, in ogni singolo giorno. È la ragione per la quale ci svegliamo al mattino. È quella che ci dona entusiasmo e motivazione ed è in piena coerenza con quello che desideriamo davvero per noi e per la nostra esistenza. Si può tramutare in una sorta di bussola esistenziale. Quando si ha l’impressione di perderci è utile. Sentirci sopraffatti dalla tossicità di certi contesti lavorativo e non.
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