Monza, l’indifferenza disumana e l’ombra digitale: dove sta andando questa generazione


Dalla periferia milanese all’orrore da videogame.

Le ultime, agghiaccianti novità investigative relative a un tentato omicidio scuotono la tranquilla periferia di Monza. Sollevano un interrogativo drammatico sulla deriva della violenza giovanile. I protagonisti sono ragazzi che, secondo le descrizioni, bilanciano una quotidianità fatta di calcio, palestra e scuola. Tuttavia, mostrano una pericolosa attitudine a “alzare le mani”, adottando pose da “maranza” o “gente dei quartieri difficili”. Un’immagine che stride con il loro retroterra di adolescenti cresciuti a pane e Fortnite. Essi sono più abituati all’oratorio estivo che alla strada.

Eppure, il quadro tracciato dagli inquirenti è quello di una disumana indifferenza. Sarebbero stati pronti a “colpire di nuovo” dopo aver quasi tolto la vita a un coetaneo. Questo dimostra un’indifferenza all’altrui sofferenza. Questo è stato particolarmente evidente nei recenti eventi a Monza.


Questi ragazzi, lontani dagli hood della narrazione criminale, sembrano incarnare una nuova e terrificante forma di “banalità del male”. La violenza non è più legata solo al bisogno o alla gerarchia criminale. Si trasforma in un gesto di celebration o di group building. Recenti studi sul fenomeno confermano tale tendenza (cfr. Aumento Violenza Giovanile, CNR/ESPAD).

Il cuore della questione risiede in una crescente disumanizzazione favorita dall’ambiente digitale. Per questa generazione, la vita viene filtrata attraverso lo schermo. Purtroppo anche l’atto di accoltellare viene visto come una story fugace o un video game da cui uscire e ricominciare. Anche a Monza, questa tendenza è diventata preoccupante.

La violenza si trasforma in un contenuto, in una performance da esibire sui social. Questo avviene per ottenere riconoscimento e “fare gruppo”, annullando il peso reale del gesto e il valore della vita altrui.

L’indifferenza non è solo una mancanza di empatia. È un vero e proprio muro di gomma emotivo che permette di compiere atti efferati senza percepire le conseguenze. È una forma di apatia già individuata in altri fenomeni di disagio adolescenziale post-pandemico.

La Domanda Ineludibile: Dove Stiamo Andando?

Davanti a questa cronaca che si ripete, la domanda “Dove stiamo andando?” non è retorica. È un grido d’allarme rivolto a tutta la società.

Il paradosso di ragazzi che frequentano la palestra e l’oratorio, ma che al contempo coltivano la violenza, suggerisce una falla profonda nei luoghi deputati alla crescita. La scuola, la famiglia e le agenzie educative devono interrogarsi. Devono riflettere sulla loro capacità di trasmettere il valore del rispetto e dell’empatia in un mondo dominato dalla rapidità e dalla spersonalizzazione digitale.

È urgente affrontare la “geografia della violenza giovanile” che si è spostata online (Scomodo). Lì, l’anonimato e la spettacolarizzazione amplificano l’aggressività. L’atto violento diventa un test di coraggio da immortalare. Gli eventi di Monza ne sono una chiara dimostrazione.

Come sottolineato in merito ad altri temi critici come l’educazione sessuale e affettiva (CESIE), il Paese ha spesso mostrato una “indifferenza” strutturale verso le politiche giovanili. Senza un investimento prioritario nel benessere psicofisico e nella formazione emotiva degli adolescenti, il disagio continuerà a degenerare in violenza.

La cronaca di Monza è solo l’ultimo, tragico tassello. Ci obbliga a guardare in faccia una realtà: l’indifferenza, come ammoniva Liliana Segre, è più colpevole della violenza stessa. E se la vita è percepita come un videogioco, rischiamo di perderne il controllo nel mondo reale. Specialmente in contesti come Monza.