La moda come avanguardia: L’Estetica del lager e la prigionia occidentale


Se la moda è, come da molti anni si sostiene, l’avanguardia del pensiero dominante, allora l’analisi di ciò che indossiamo oggi ci costringe a porci una domanda inquietante: qual è l’idea centrale che permea la nostra società?


Guardando con occhio critico le tendenze della moda che vestono le nuove generazioni, la risposta che emerge è oscura: il lager, il penitenziario, il manicomio, l’abuso. Siamo i prigionieri ben vestiti dell’Occidente.

Non è un caso che molti elementi del dress code giovanile abbiano una chiara derivazione penitenziaria.

Le scarpe sprovviste di lacci non sono una scelta stilistica neutra. In un contesto carcerario, esse sono una misura preventiva. Servono a scongiurare l’estremo gesto suicida. Allo stesso modo, i pantaloni che cadono o che sono tutti della stessa misura, indipendentemente dalla corporatura, riflettono l’uniformità coatta e l’assenza di personalizzazione tipica di un ambiente di reclusione.

Se nel carcere i tatuaggi sono codici, segni distintivi con un significato spesso vitale e tribale, una volta fuori perdono il loro peso simbolico. Si trasformano in una mera decorazione che imita, senza comprendere, l’estetica della marginalità e della prigionia.

Anche i jeans strappati, icona della ribellione, hanno un antenato drammatico nel vestiario di vagabondi o prigionieri.

Lì, la lacerazione è casuale, dovuta all’usura e alla necessità. Quando la moda di marca riproduce questi strappi in modo “geometrico”, come posizionando l’apertura sul ginocchio o sul polpaccio con precisione calcolata, tradisce la sua ispirazione. La moda, in questo caso, non rappresenta la vita. La imita malissimo, risultando inevitabilmente falsa.

L’allineamento della moda al concetto di “moderno” (le due parole non a caso condividono la radice) si estende oltre il vestiario e penetra la gestione stessa della vita dei ragazzi.

Dai sei, sette anni fino alla soglia dell’adolescenza, i figli sono sottoposti a un vero e proprio tour de force da parte di genitori che temono di non essere all’altezza della “modernità”. Inizia con la scuola e prosegue con una sfilza di attività sussidiarie: tennis, cavallo, calcio, scherma, basket.

Questo programma fitto, strutturato in modo da non lasciare un minuto di vuoto, non è altro che la riproduzione del tabulato manicomiale. In un istituto di cura, il paziente viene costantemente impegnato in attività orarie. Questo non avviene per la sua crescita, ma per distrarlo dal suo “male”. Serve infatti per impedirgli di pensare, di interrogarsi sulla sua condizione.

L’iper-programmazione dei giovani occidentali è una forma di contenimento psichico. È un meccanismo che li tiene occupati per non farli pensare alla loro malattia, che è la loro stessa prigionia.

A completare il quadro concentrazionario, c’è l’elemento più semplice e onnipresente: l’osservazione costante.

Le nostre città sono “osservanti”. Strade, incroci, portoni; ovunque telecamere, nascoste o manifeste, ci lanciano lunghe occhiate. Siamo costantemente sotto la vigilanza di qualcuno, in una sorveglianza che ci toglie il fiato e la spontaneità. L’idea del lager ci culla fino alla morte, trasformando ogni spazio pubblico in un potenziale cortile di sorveglianza.

Persino l’intimità ne risente: le coppie innamorate devono stare attente. Non importa quanto sia appartato il luogo, l’imperativo è “meglio rimanere vestiti”. Questo riflette l’introiezione del controllo.

In conclusione, se analizziamo il pensiero dominante attraverso le lenti della moda e della quotidianità, scopriamo che non è la libertà a fare da padrona. È invece l’estetica e la disciplina del contenimento. La moda non è solo frivolezza, ma il linguaggio silenzioso che rivela una verità scomoda: noi siamo i veri prigionieri dell’Occidente.