Buon 2026, la campana dei diritti risuoni diffusamente

La campana di Sanremo: tra il diritto alla scelta e il peso del giudizio.

Il recente pezzo di Lorenzo Tosa riguardo alla “Campana dei Bimbi non Nati” inaugurata a Sanremo dal vescovo Antonio Suetta ha sollevato un polverone necessario. Tosa parla di “vergogna” e di un “attacco frontale alla legge 194”. Sebbene la posizione della Chiesa sulla vita nascente sia nota e dottrinalmente coerente con la sua missione, il punto sollevato dal giornalista tocca un nervo scoperto della nostra democrazia. Si tratta del confine tra la testimonianza di fede e la colpevolizzazione pubblica.

La legge 194 non è solo un dispositivo giuridico; è il risultato di una conquista civile. Ha tolto le donne dall’ombra dell’illegalità e del pericolo sanitario. Quando una campana suona ogni sera alle 20:00 per “celebrare i feti abortiti”, quel suono smette di essere un richiamo alla preghiera. Rischia di trasformarsi in un monito punitivo.

Per una donna che ha affrontato la scelta dolorosa e consapevole di interrompere una gravidanza — spesso in situazioni di solitudine, difficoltà economica o dramma personale — quel rintocco può risuonare come una pubblica gogna sonora. Il diritto laico di avvalersi di una legge dello Stato non dovrebbe mai scontrarsi con iniziative che, seppur simboliche, finiscono per perseguitare psicologicamente chi ha già compiuto un percorso difficile.

Una Chiesa che ricorda il peccato o che accoglie la redenzione?
C’è un paradosso profondo in questa iniziativa. La Chiesa cattolica, specialmente sotto il magistero di figure che richiamano alla misericordia, dovrebbe essere il luogo del perdono e della ricostruzione. Tuttavia, se la religione si trasforma in uno strumento per ricordare ossessivamente il “peccato”, perde di vista la sua funzione di redenzione.

Ogni cittadina ha il diritto di non essere colpevolizzata da istituzioni religiose per aver esercitato un diritto garantito dallo Stato.

Come sottolineato da Tosa, chi garantisce l’applicazione della 194 svolge un servizio pubblico essenziale, spesso in condizioni di estrema pressione. Definire “provocatorio” il loro operato attraverso simboli di condanna non aiuta il dialogo civile.

È legittimo che la Chiesa esprima il proprio valore sulla sacralità della vita. Tuttavia, c’è modo e modo di farlo. Una comunità cristiana potrebbe onorare la vita sostenendo concretamente le madri in difficoltà. Potrebbe potenziare i centri di ascolto o creare reti di sussidiarietà, piuttosto che installare un richiamo acustico che agita i fantasmi del passato e del dolore.

Difendere la 194 non significa essere “contro la vita”, ma difendere diritti ed essere a favore della libertà e della responsabilità di scelta.