Se la scuola dovesse rispondere a questionari e scegliere tra D’Annunzio o Che Guevara

Tra letteratura e cronaca: quando l’insegnamento del pensiero critico viene scambiato per propaganda politica.

Esiste un confine sottile, ma fondamentale, che separa l’educazione civica dalla propaganda. Questo confine è tornato al centro del dibattito pubblico a seguito di un’iniziativa che sta scuotendo diversi istituti scolastici italiani legati al tema della scuola.

Il movimento Azione Studentesca ha infatti diffuso un volantino dal titolo inequivocabile, “La scuola è nostra!”. Il volantino è munito di un QR code che rimanda a un questionario online. L’obiettivo? Invitare gli studenti a segnalare, o meglio “sgamare”, i professori “di sinistra” rei di fare propaganda ideologica durante le ore di lezione.

L’episodio solleva interrogativi profondi sulla natura della didattica. Si prenda l’esempio di una comune ora di letteratura o cinema: l’analisi di Sostiene Pereira, il capolavoro di Antonio Tabucchi portato sul grande schermo da un magistrale Marcello Mastroianni.

La storia del giornalista di Lisbona che, sotto il regime di Salazar, abbandona la sua “innocente indifferenza” per compiere un atto di ribellione civile, è parte integrante dei percorsi di analisi testuale e storica proposti in molte scuole italiane.

Eppure, in un clima di sorveglianza ideologica, una lezione sui pericoli del nazionalismo e sulle infiltrazioni silenziose dei regimi illiberali nelle democrazie potrebbe oggi finire nel mirino delle segnalazioni.

Il rischio è che la riflessione sulla Storia, quella che insegna come le dittature non nascano in un giorno, ma si nutrano del silenzio delle “esistenze grigie”, venga bollata come faziosità politica e metta ulteriormente alla prova il ruolo della scuola.

L’iniziativa delle segnalazioni online solleva seri dubbi di costituzionalità, toccando direttamente gli articoli 21 (libertà di espressione) e 33 (libertà di insegnamento). Inoltre, il timore degli esperti del settore educativo è che questo clima possa innescare meccanismi di autocensura, alterando profondamente la libertà di azione degli insegnanti nella scuola.

Se un docente deve temere un provvedimento disciplinare per aver discusso di attualità, ambiente, o dei valori antifascisti su cui poggia la Repubblica, il cuore stesso dell’istituzione scolastica viene minacciato. Alla base di questo rischio si trova la scuola come luogo di formazione libera.Scuola è una parola che spesso ricorre nel dibattito: dal significato concreto fino a quello più simbolico, scuola rappresenta un punto di partenza fondamentale per ogni riflessione educativa.

L’analisi geopolitica del presente — che si tratti di conflitti globali o delle tensioni sociali negli Stati Uniti, un tempo baluardo democratico e oggi attraversati da aspre repressioni del dissenso — diventa improvvisamente un terreno minato anche nei programmi scolastici.

L’aspetto più critico di questa “schedatura” è l’impossibilità di incasellare la cultura in categorie binari.

Se l’analisi del fascismo fosse considerata “di sinistra”, come dovremmo valutare lo studio di autori come D’Annunzio, Pirandello o Ungaretti? Questi autori hanno biografie che si intrecciarono strettamente con il regime di Mussolini e sono oggetto di studio nella scuola italiana.

La cultura, per sua natura, sfugge alle semplificazioni. Se un ministro può arrivare a definire Dante Alighieri come “fondatore del pensiero di destra”, appare chiaro che il tentativo di etichettare il sapere non è solo un atto politico. Inoltre, è un limite ontologico alla comprensione della realtà; qualcosa che non dovrebbe mai accadere in nessuna scuola.

La scuola, per definizione, non appartiene a una fazione, ma a chi la vive quotidianamente. Scuola significa luogo dell’incontro e dello scambio, non dell’imposizione. Il tentativo di trasformare le aule in tribunali e gli studenti in delatori rischia di svuotare la missione educativa del suo valore primario. In altre parole, rischia di annullare la formazione di cittadini capaci di pensare, dubitare e argomentare. In questo senso, la parola scuola assume un valore ancora più universale.

In ultima analisi, rivendicare la libertà di insegnamento non significa difendere un’ideologia. In realtà, significa proteggere lo spazio in cui ogni studente può costruire la propria, lontano da liste e questionari di sorveglianza. È solo così che la scuola può mantenere il suo ruolo di faro civile.