Gli infortuni nel calcio moderno: un problema sistemico, non accidentale



Negli ultimi anni, nel calcio professionistico, l’incidenza degli infortuni ha assunto dimensioni tali da non poter più essere interpretata come una semplice conseguenza inevitabile della competizione.

Gli infortuni non rappresentano più eventi occasionali, ma configurano sempre più chiaramente un fenomeno strutturale del sistema calcio.

I dati epidemiologici provenienti dalle cinque principali leghe europee mostrano come siano stati registrati oltre 22.000 infortuni in sole cinque stagioni. Dal punto di vista clinico, l’evidenza di almeno un infortunio per partita nel calcio d’élite indica un’alterazione cronica dell’equilibrio tra carico e recupero, principio cardine dell’adattamento biologico.




Nonostante i progressi nella gestione dei carichi e nel monitoraggio, l’incidenza degli infortuni continua ad aumentare. Studi consolidati (Gabbett, 2016; Ekstrand et al., 2023) dimostrano che il rischio non deriva dall’alto carico di lavoro in sé, bensì dall’accumulo di fatica residua in assenza di adeguati processi di rigenerazione. Nel calcio moderno, il recupero viene spesso compresso o subordinato a esigenze commerciali, portando a un aumento di lesioni muscolari e recidive.



In questo contesto di “stress sistemico”, la figura di Eugenio Albarella rappresenta un punto di riferimento fondamentale. Preparatore atletico di fama internazionale (già al fianco di Marcello Lippi e protagonista nei successi di Juventus e Nazionale), Albarella ha spesso sottolineato come il calcio odierno sia diventato “un altro sport” rispetto al passato.

Secondo Albarella, il problema risiede nella perdita della centralità dell’atleta. La sua visione pone l’accento su due criticità:

Non è solo il numero di partite a logorare, ma la densità di impegni ad altissima intensità che non permette lo smaltimento metabolico della fatica.

Lo sport del calcio viaggia a ritmi frenetici, si tende a standardizzare gli allenamenti, perdendo di vista le necessità specifiche del singolo calciatore. Per Albarella, la prevenzione non è un protocollo fisso, ma un’arte basata sull’osservazione e sulla gestione del “carico interno” emotivo e fisico.

Se Albarella analizza il problema dal punto di vista metodologico, la scienza di frontiera cerca le risposte nel DNA dell’atleta. Un contributo rivoluzionario in tal senso arriva dal Prof. Antonio Giordano, scienziato di fama mondiale e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine, e dalla Dott.ssa Patrizia Maiorano, fisiatra esperta in medicina riabilitativa.
Le loro ricerche hanno aperto la strada alla prevenzione genetica degli infortuni.

Attraverso lo studio dei polimorfismi genetici, il team guidato dal Prof. Giordano ha dimostrato che:
Ogni atleta risponde in modo diverso allo stress meccanico. Esistono varianti genetiche legate alla struttura del collagene che rendono alcuni calciatori intrinsecamente più suscettibili a rotture tendinee o lesioni muscolari.

La velocità con cui un organismo ripara i micro-traumi è scritta nel codice genetico. La Dott.ssa Maiorano sottolinea che conoscere il profilo genetico dell’atleta permette di creare protocolli di fisioterapia e carichi di lavoro “tailor-made” (fatti su misura), riducendo drasticamente il rischio di recidive.

“La medicina dello sport deve passare da un approccio reattivo a uno predittivo. Grazie alla genetica, possiamo capire chi rischia di più prima ancora che l’infortunio avvenga.”

Il paradosso è evidente: mai come oggi il calcio ha avuto accesso a dati, tecnologie e competenze, eppure mai come oggi registra una ridotta disponibilità degli atleti. Questo suggerisce che il problema risieda in scelte organizzative e politiche che ignorano i principi biologici.

Una reale riduzione del rischio richiede: Revisione dei calendari: Per garantire finestre di recupero fisiologico.

Integrazione tra campo e laboratorio: Unire l’esperienza metodologica di preparatori come Albarella alle scoperte genomiche di scienziati come Giordano e Maiorano.
Il recupero come “allenamento”: smettere di considerare il riposo come tempo improduttivo.

La sfida oggi non è più comprendere il problema, ma avere la volontà di affrontarlo, mettendo la tutela biologica dell’atleta davanti alle logiche del profitto. Senza questo cambio di rotta, gli infortuni resteranno l’inevitabile prezzo da pagare di un sistema insostenibile.