La diplomazia è un gioco di incastri, e l’ultimo tassello mosso da Berlino rischia di far saltare il banco di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni è ora a un passo dal rinunciare al suo atteso viaggio a Washington.
Il motivo? Il secco “no” del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla partecipazione al board of peace, la cabina di regia per il dossier ucraino caldeggiata dalla nuova amministrazione Trump.
Il dietrofront della premier italiana non è una questione di debolezza, ma di pura sopravvivenza geopolitica. Meloni aspettava di capire le mosse della Germania per evitare di trovarsi in una posizione scomoda. In particolare, voleva evitare di essere l’unica leader di peso dell’Unione Europea a volare oltreoceano per accreditarsi presso la Casa Bianca in questa nuova fase.
Con Merz che sceglie la linea della prudenza e della distanza, la partenza della premier italiana la esporrebbe a un pericoloso isolamento in seno al Consiglio Europeo.
Il piano originale era chiaro: muoversi in sincrono con i partner europei per negoziare con Donald Trump da una posizione di forza continentale.
Tuttavia, il cancelliere Merz ha gelato le aspettative, sfilandosi dal board proposto dal tycoon. Senza la “copertura” tedesca, un viaggio solitario di Meloni a Washington verrebbe interpretato a Bruxelles e Parigi come una fuga in avanti. Sarebbe vista anche come una rottura del fronte comune europea.
Mentre la premier riflette sulla rinuncia, è il ministro degli Esteri Antonio Tajani a gestire la comunicazione ufficiale. In questo modo, mantiene un profilo più tecnico e meno politico.
“L’Italia sarà presente come osservatore”, ha chiarito il titolare della Farnesina, confermando comunque la sua partenza per gli Stati Uniti.
Tajani prova a blindare il contributo italiano, ricordando che Roma non ha intenzione di arretrare sugli impegni presi finora:
“Abbiamo già dato molto e continueremo a farlo”, ha ribadito il ministro, cercando di bilanciare la fedeltà atlantica con la necessità di non irritare i partner UE.
La rinuncia di Meloni segnerebbe una battuta d’arresto nel suo ruolo di “ponte” tra l’Europa e la destra repubblicana americana. Se la missione dovesse saltare, Palazzo Chigi dovrà ricalibrare interamente la propria strategia estera per i prossimi mesi. In questo scenario, dovrà cercare di ricucire lo strappo con Berlino senza però raffreddare troppo i rapporti con il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In questo scacchiere in continua evoluzione, l’Italia si ritrova stretta tra la lealtà europea incarnata da Merz e il desiderio di contare nel nuovo ordine mondiale targato Trump.
