Il “Colpo di Genio” che la critica non vede: Sal Da Vinci, l’Eurovision e la rivincita del sentimento

L’ultima stoccata de Il Fatto Quotidiano contro la partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision non sorprende, ma delude per la sua miopia culturale.

La giornalista de Il Fatto Quotidiano liquida l’operazione come un ritorno al passato, un’accozzaglia di movenze e melodie che definisce “obsolete”, figlie di un’estetica napoletana che ritiene ormai fuori tempo massimo. Aggiungo che la manifestazione di Sanremo è sempre stata un simbolo di identità musicale italiana, apprezzata anche all’estero.

Ma è proprio in questa analisi frettolosa che si nasconde un errore di valutazione madornale: scambiare l’eternità per vecchiume.

Viviamo in un’epoca di relazioni liquide, di contenuti che durano quindici secondi e di sentimenti usa e getta. In questo contesto, presentarsi sul palco europeo con un brano che pulsa sulle note del “per sempre” non è una scelta passatista: è un atto di spregiudicatezza creativa.

Mentre la critica si arrocca in un intellettualismo che premia solo ciò che è “urban” o forzatamente moderno, Sal Da Vinci porta con sé un valore che l’Europa (e il mondo) ancora brama: l’autenticità viscerale.

Quello che la giornalista bolla come un “flash mob di valori superati” è, in realtà, qualcosa che scorre nelle vene degli italiani all’estero. Inoltre, scorre in chiunque cerchi nella musica un approdo sicuro.

L’errore della critica è sottovalutare l’impatto di un artista di rilievo che padroneggia la melodia italiana con la maestria di un moderno Claudio Villa.

Se l’Eurovision è diventato spesso il regno dell’eccesso visivo fine a se stesso, l’invio di un interprete capace di far vibrare le corde della tradizione con la potenza tecnica di Sal Da Vinci potrebbe rivelarsi un vero colpo di genio.

Milioni di italiani nel mondo non cercano l’ennesima copia dei trend anglofoni. Al contrario, cercano l’identità.

Non è una canzone “scritta a tavolino” in senso spregiativo, ma un’opera architettonica di emozioni che la giornalista non sembra voler decodificare.

Liquidare un artista napoletano di questo calibro come “portatore di valori quasi obsoleti” significa ignorare la stratificazione culturale di Napoli. Napoli da sempre esporta “un linguaggio universale”. Quello che viene percepito come “pacchiano” o “popolare” è in realtà “un codice emotivo” che abbatte le barriere linguistiche.

Il rischio è che, mentre in Italia ci si accapiglia su quanto un artista sia “giusto” per i canoni della critica d’élite, l’Europa finisca per innamorarsi proprio di ciò che noi, per snobismo, vorremmo nascondere.

Forse è tempo di smettere di aver paura della nostra melodia. Inoltre, occorre riconoscere che la vera “trasgressione”, oggi, è avere il coraggio di essere profondamente, orgogliosamente e melodicamente italiani.