I mercati energetici globali si sono svegliati sotto shock in seguito all’escalation militare in Medio Oriente.
Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran durante il weekend hanno scatenato un’ondata di panico sulle borse. Di conseguenza, hanno spinto le quotazioni del greggio a balzi vertiginosi e riacceso l’incubo di una crisi del gas peggiore di quella del 2022.
L’apertura delle contrattazioni ha visto il Brent (il riferimento internazionale) schizzare inizialmente del 13%. Poi il Brent si è stabilizzato su un rialzo dell’8,28% a 78,80 dollari al barile. Parallelamente, il WTI americano è salito del 7,79%. In particolare, ha superato i 72 dollari.
Non è solo il petrolio a correre: l’incertezza ha spinto gli investitori verso i beni rifugio. L’oro ha guadagnato oltre il 2%, toccando la cifra record di 5.383,97 dollari l’oncia. Nel frattempo, il dollaro si rafforza su tutte le principali valute internazionali, penalizzando così l’euro e la sterlina.
L’attenzione degli analisti è tutta rivolta allo Stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” globale. Attraverso questo passaggio transita circa il 20-25% del petrolio mondiale e un quinto del Gas Naturale Liquefatto (LNG).
Un rapporto flash di Goldman Sachs ha lanciato un allarme senza precedenti:
Il blocco di Hormuz: Se il transito attraverso lo stretto venisse interrotto per un solo mese, i prezzi del gas naturale europeo potrebbero più che raddoppiare.
Impennata dei prezzi: Goldman stima un potenziale aumento del 130% per i prezzi spot del gas in Europa e in Asia. Secondo la banca, il valore potrebbe arrivare fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche ($/MMBtu).
Il ruolo del Qatar: Circa il 20% del LNG globale proviene dal Qatar e deve necessariamente attraversare Hormuz. Un’eventuale ritorsione iraniana che chiudesse questa rotta taglierebbe fuori una risorsa fondamentale. Ciò sarebbe particolarmente grave per l’Europa che ha sostituito il gas russo proprio con il GNL.
“Gli indici di riferimento in Europa e Asia non hanno ancora pienamente scontato i premi di rischio associati all’Iran,” avvertono gli analisti della banca d’affari.
Mentre gli Stati Uniti potrebbero subire un impatto limitato sul gas domestico (essendo grandi esportatori netti), l’Europa si trova in una posizione di estrema vulnerabilità.
La chiusura dello stretto non è più solo una minaccia teorica: fonti internazionali riportano che Teheran avrebbe già iniziato a ostacolare il passaggio delle petroliere come risposta agli attacchi subiti.
Se il conflitto dovesse prolungarsi, gli esperti avvertono che il petrolio potrebbe facilmente superare la soglia dei 100-110 dollari. Ciò imporrebbe rialzi importanti, trascinando con sé l’inflazione globale e mettendo a rischio la fragile ripresa economica del 2026.


