Il Presidente Donald Trump alza la posta in Medio Oriente.
Mentre il Pentagono dispone un nuovo massiccio invio di truppe verso il Golfo Persico, dalla Casa Bianca parte un proiettile verbale diretto agli alleati europei.
La tensione attorno allo Stretto di Hormuz non è più solo una questione di sicurezza marittima. Infatti è diventata il detonatore di una crisi diplomatica senza precedenti all’interno dell’Alleanza Atlantica.
L’affondo contro gli alleati: “Tigre di carta”
Attraverso i suoi canali social, Trump ha definito la NATO “codarda”. Inoltre ha accusato i partner internazionali di inerzia di fronte al blocco dello Stretto di Hormuz.
Il ragionamento del tycoon è netto: gli alleati si lamentano dell’impennata dei prezzi del petrolio e del rischio recessione. Al contrario, rifiutano di fornire supporto militare per riaprire le rotte commerciali.
“Senza di noi la NATO è una tigre di carta”, ha tuonato il Presidente, avvertendo che gli Stati Uniti “si ricorderanno” di chi si è tirato indietro nel momento del bisogno.
La replica italiana non si è fatta attendere. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha respinto le accuse: “Non c’è stata codardia. L’atteggiamento di molti alleati è anzi un aiuto agli americani per uscire da una situazione complessa”.
La strategia militare: l’ipotesi Kharg
Mentre la diplomazia barcolla, i movimenti sul campo accelerano.
Il Pentagono ha ordinato l’invio di:
3 navi da guerra supplementari.
Circa 2.500 Marines della 11ª unità di spedizione (USS Boxer).
Elicotteri Apache e caccia già impegnati nel neutralizzare droni e mine iraniane.
L’obiettivo strategico più ambizioso, e rischioso, al vaglio di Trump sarebbe l’occupazione o il sequestro dell’isola di Kharg, terminale del 90% dell’export petrolifero di Teheran. Un’operazione che segnerebbe il passaggio definitivo da una guerra aerea a uno scontro terrestre di ampie proporzioni.
Il fronte interno e la “fuga” dall’Iraq
Mentre la Gran Bretagna concede l’uso delle proprie basi per i raid contro l’Iran, il resto della coalizione sembra battere in ritirata. La NATO ha avviato un’evacuazione temporanea dall’Iraq. Ciò ha coinvolto anche il contingente italiano a Baghdad (fatta eccezione per la sicurezza dell’ambasciata).
Anche all’interno dell’amministrazione Trump emergono i primi dubbi:
Il Vicepresidente, pur restando leale, è considerato scettico verso una “guerra infinita”. In particolare, anche in ottica delle sue future ambizioni politiche per il 2028.
Una parte dell’elettorato repubblicano teme che gli Stati Uniti siano stati trascinati nel conflitto da interessi divergenti. Di conseguenza, c’è il rischio di pagare un prezzo altissimo alle prossime elezioni di metà mandato.
Mosca avrebbe offerto una sorta di “neutralità informativa” (smettendo di fornire intelligence all’Iran) in cambio di concessioni americane in Ucraina. Tuttavia, la proposta è stata finora rispedita al mittente da Washington.
L’Iran, per bocca di Mojtaba Khamenei, promette “colpi devastanti” e sembra aver messo nel mirino le mete turistiche della regione come rappresaglia.
Nel frattempo, l’economia globale resta col fiato sospeso: il blocco di Hormuz sta già spingendo l’inflazione energetica a livelli d’allarme. Per questo, costringe governi come quello spagnolo di Sanchez a varare piani d’emergenza miliardari per mitigare i costi dei carburanti.
Trump si trova ora davanti al bivio più critico: ordinare l’invasione di terra per garantire i flussi petroliferi oppure rischiare un isolamento che potrebbe minare la sua presidenza.











