È primavera piena, il Governo vacilla: sintesi di una autocombustione

Approvato dal governo il decreto per snellire la burocrazia per sbloccare la prima tranche di aiuti.

Se la politica italiana fosse una serie TV, gli sceneggiatori avrebbero appena consegnato un finale di stagione talmente surreale da far sembrare House of Cards un documentario della domenica pomeriggio.

In questa primavera del 2026, mentre i ciliegi provano a fiorire ignorando il fumo che esce dai palazzi romani, il centrodestra sta offrendo al mondo uno spettacolo di autocombustione spontanea degno dei migliori palcoscenici internazionali.

Il “No” al referendum sulla giustizia (un sonoro 53,7% che ha risuonato da Napoli a Torino) non è stato solo un voto, ma il colpo di grazia a una diga che già presentava vistose crepe.

Tutto è iniziato con il “mercoledì nero” di Via Arenula. Andrea Delmastro Delle Vedove, il Sottosegretario alla Giustizia che amava i toni epici, ha dovuto riscoprire il valore del silenzio rassegnando dimissioni “irrevocabili”.

Tra presunte frequentazioni opache con i clan e una “leggerezza” ammessa a denti stretti, la sua uscita ha trascinato con sé Giusi Bartolozzi.

L’ormai ex capo di gabinetto di Nordio ha pagato il prezzo di una retorica forse troppo colorita: definire la magistratura un “plotone di esecuzione” proprio alla vigilia di un referendum sulla giustizia è una mossa tattica che nelle cancellerie europee definirebbero “audace”, ma che a Roma si traduce più semplicemente in un suicidio politico.

Mentre le macerie del Ministero della Giustizia stavano ancora fumando, è arrivato il turno della “Pitonessa”. Daniela Santanchè, dopo mesi passati a difendere il suo dicastero come un fortino assediato tra inchieste Visibilia e conti da pagare, ha infine ceduto all’invito “gentile” ma fermo di Giorgia Meloni.

Il suo “Obbedisco” finale, pronunciato con l’amarezza di chi si sente l’agnello sacrificale per i peccati altrui, ha lasciato il Ministero del Turismo orfano della sua guida proprio all’alba della stagione dei ponti.

La Premier, tra una sfuriata e l’altra, sembra ormai impegnata più nel damage control che nella governance, mentre le “coperture politiche” saltano come tappi di spumante a una festa finita male.

L’ultimo atto di questo dramma shakespeariano in salsa carbonara si consumerà oggi alle 16:30. Maurizio Gasparri, lo storico baluardo azzurro, si appresta a rassegnare le dimissioni da capogruppo al Senato.

Non è una scelta, ma il risultato di un ammutinamento in piena regola guidato da 14 senatori di Forza Italia stanchi di una gestione accusata di aver perso il contatto con la realtà post-referendaria.

Con Stefania Craxi già pronta a ereditare lo scettro, l’addio di Gasparri segna la fine di un’epoca e l’inizio di una Revenge interna che non promette prigionieri.

In tutto questo, la Sinistra osserva. Si riorganizzano, dicono, con quella calma olimpica di chi ha vinto una partita senza quasi toccare palla, semplicemente aspettando che l’avversario inciampasse nei propri lacci. È primavera piena, il sole splende su Roma.