Il vento che spira da Bruxelles promette tempesta su via Arenula.
Per il Guardasigilli Carlo Nordio, il 26 marzo rischia di essere ricordato come il giorno del “triplete” amaro: dopo il verdetto referendario e l’addio della sua fedelissima capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, arriva lo schiaffo normativo del Parlamento Europeo.
Al centro della contesa c’è la nuova “Direttiva sulla lotta contro la corruzione”.
Il testo, che attende solo il sigillo finale della presidente Roberta Metsola, mette nero su bianco un principio. Tale principio suona come una smentita frontale alla linea del governo italiano: l’abuso d’ufficio non è un orpello burocratico, ma un reato grave e necessario per la tutela della legalità internazionale.
Solo un anno e mezzo fa, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio era stata sbandierata come il fiore all’occhiello della riforma Nordio. Era una mossa pensata per liberare i sindaci e gli amministratori pubblici dalla cosiddetta “paura della firma”.
Tuttavia, il documento europeo ribalta la prospettiva:
Tutti gli Stati membri dovranno prevedere nel proprio ordinamento il reato di abuso d’ufficio.
La corruzione e l’abuso di potere vengono inseriti in un quadro normativo comune. Si vuole così evitare “zone grigie” all’interno dell’Unione.
Tempi stretti: L’Italia avrà ora due anni per recepire la direttiva. Se non lo farà, o se lo farà in modo parziale, scatterà inevitabilmente la procedura d’infrazione.
L’isolamento di Nordio non è solo normativo, ma anche politico-amministrativo. Le dimissioni della Bartolozzi, ufficialmente “spontanee” ma giunte in un momento di massima tensione, hanno privato il Ministro di un perno fondamentale nella gestione del dicastero.
Mentre l’opposizione e una parte della magistratura leggono nel voto di Bruxelles una “lezione di diritto” all’Italia, il governo si trova davanti a un bivio. Deve ammettere l’errore e reintrodurre il reato cancellato, oppure ingaggiare un braccio di ferro con l’Europa. Quest’ultima soluzione potrebbe costare caro in termini di sanzioni e credibilità internazionale.
“La direttiva europea non è un suggerimento, è un binario su cui l’Italia deve tornare a correre se vuole restare nel cuore della legalità comunitaria.”











