Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il caffè, da rito sociale a bene di lusso?

Tazzina di caffè accanto a uno scontrino e alcune monete in un bar italiano.

Il prezzo della tazzina continua a salire mentre clima, raccolti difficili e crisi delle filiere spingono le quotazioni della materia prima.

Il terremoto in Colombia mostra quanto sia fragile una catena che collega una piantagione dall’altra parte dell’oceano al bancone del bar sotto casa. Ma se il caffè diventasse davvero un lusso, perderemmo qualcosa che vale molto più di pochi centesimi.

«Prendiamoci un caffè».

Quante volte abbiamo pronunciato questa frase senza avere realmente voglia di bere un caffè? Perché in Italia il caffè non è mai stato soltanto una bevanda.

È un appuntamento. Una pausa. Un modo per cominciare la giornata. Un pretesto per incontrarsi. Si prende un caffè per parlare di lavoro, per vedere un amico, per interrompere una discussione o, qualche volta, per cominciarne una.

A Napoli tutto questo assume una dimensione ancora più particolare. Il caffè appartiene quasi alla grammatica quotidiana della città: il bancone del bar, la tazzina bollente, le poche parole scambiate con chi sta dall’altra parte, il tempo necessario per berlo e ripartire.

E poi c’è il caffè sospeso: uno bevuto e uno lasciato pagato per chi verrà dopo e potrebbe non permetterselo.

Pochi gesti spiegano altrettanto bene quanto il caffè sia stato storicamente lontano dal concetto di lusso. Eppure qualcosa sta cambiando.

Non tanto perché una tazzina sia improvvisamente diventata inaccessibile, quanto perché uno dei consumi più popolari e democratici della nostra quotidianità sta diventando progressivamente più costoso.

E dietro quei pochi centesimi in più si nasconde una storia che comincia molto lontano dal nostro bar.

Quanto è aumentato il prezzo della tazzina

I numeri raccontano bene il cambiamento. Secondo elaborazioni sui dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy riportate dall’ANSA, nel 2021 un espresso nelle principali città italiane costava mediamente circa 1,03 euro. A gennaio 2025 il prezzo medio aveva raggiunto 1,22 euro, con un incremento vicino al 20%.

Le differenze territoriali erano già significative. Bolzano arrivava a circa 1,43 euro, mentre Napoli, pur mantenendo un prezzo medio intorno a 1,20 euro, registrava rispetto al 2021 uno degli incrementi percentuali più consistenti, superiore al 30%. Una variazione di venti o trenta centesimi potrebbe apparire marginale.

Ma moltiplichiamola per due o tre caffè al giorno, per centinaia di giorni all’anno e magari per due persone. Il piccolo aumento quotidiano comincia ad assumere un’altra dimensione. Soprattutto modifica una percezione consolidata: quella della tazzina come consumo sul cui prezzo quasi non valeva la pena interrogarsi.

Il prezzo del caffè non dipende soltanto dal caffè

Qui, però, bisogna evitare una semplificazione. Se aumenta il prezzo della tazzina non significa che il barista stia semplicemente trasferendo sul consumatore l’aumento delle quotazioni internazionali. Dentro l’euro e qualcosa che lasciamo al bancone ci sono molte altre cose. Ci sono il costo del personale, l’energia necessaria per mantenere in funzione il locale e le attrezzature, gli affitti, la manutenzione, i servizi, la fiscalità, gli ammortamenti e naturalmente il margine dell’esercente.

La FIPE ha più volte sottolineato come il prezzo dell’espresso derivi dall’intera struttura dei costi del pubblico esercizio e non soltanto dal valore del caffè verde. Questo spiega anche un apparente paradosso.

Negli ultimi anni la materia prima ha conosciuto oscillazioni violentissime, mentre il prezzo della tazzina è cresciuto molto più gradualmente. Il bar ha in qualche modo assorbito una parte degli aumenti. Ma fino a quando può farlo?

Per capirlo dobbiamo lasciare il bar e attraversare l’oceano

Dietro una tazzina esiste infatti una delle grandi filiere agricole mondiali. Il caffè viene coltivato soprattutto nella fascia tropicale compresa tra America Latina, Africa e Asia.

Il Brasile svolge un ruolo determinante nella produzione mondiale, il Vietnam è fondamentale soprattutto per il Robusta, mentre la Colombia rappresenta uno dei grandi riferimenti internazionali per l’Arabica lavato di qualità.

Questo significa che ciò che accade a migliaia di chilometri dall’Italia può finire, con qualche mese di ritardo, dentro il nostro espresso.

Una siccità in Brasile. Piogge anomale in Vietnam. Una cattiva raccolta. L’aumento dei costi energetici. Problemi nei trasporti marittimi. Una crisi geopolitica che modifica le rotte commerciali. Sono eventi lontanissimi tra loro, ma il mercato li traduce in una sola variabile: il prezzo.

Il clima è diventato una variabile economica

Ed è probabilmente questo il cambiamento strutturale più importante. Il caffè è una coltivazione particolarmente sensibile alle condizioni climatiche. Temperature, precipitazioni e alternanza tra periodi secchi e umidi incidono sulla fioritura e sulla resa delle piante. Negli ultimi anni siccità e condizioni meteorologiche anomale nelle principali aree produttrici hanno contribuito a rendere molto più volatile il mercato.

Il cambiamento climatico, quindi, smette di essere una questione esclusivamente ambientale. Diventa un problema economico e finanziario. Quando diminuisce la produzione attesa, il mercato reagisce prima ancora che il caffè manchi materialmente. Ed è un passaggio importante per comprendere ciò che accade ai prezzi. Non occorre che gli scaffali rimangano vuoti. È sufficiente che operatori e mercati comincino a temere che l’offerta futura possa essere insufficiente.

Quando l’Arabica ha superato i record

È ciò che abbiamo osservato con particolare evidenza nel 2025. Alla fine di gennaio di quell’anno i futures dell’Arabica a New York superarono i precedenti record, arrivando intorno a 3,69 dollari per libbra. Nei giorni successivi la corsa proseguì e a febbraio le quotazioni superarono anche quota 4 dollari.

Dietro quella crescita si trovavano timori sull’offerta mondiale, condizioni climatiche avverse nelle principali aree produttrici e disponibilità relativamente contenute. Per un torrefattore europeo questo significa pagare di più la materia prima. E non immediatamente. Molte aziende acquistano in anticipo, utilizzano scorte, contratti e coperture. Gli effetti delle quotazioni internazionali arrivano quindi sul consumatore attraverso una catena temporale complessa. Ma prima o poi arrivano.

Agosto 2026: il terremoto in Colombia

A questo scenario si è aggiunto nelle ultime settimane un nuovo elemento. Il 10 agosto 2026 un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la Colombia occidentale, provocando vittime, distruzioni e gravi problemi infrastrutturali. Il primo pensiero, naturalmente, deve andare alla dimensione umana della tragedia. Ma esiste anche una conseguenza economica che riguarda direttamente il mercato mondiale del caffè. Le frane e i danni alle infrastrutture hanno interessato collegamenti strategici verso Buenaventura, il principale porto colombiano sul Pacifico. Secondo le informazioni disponibili, una delle direttrici interessate viene utilizzata per movimentare una quota molto rilevante delle esportazioni colombiane di caffè, stimata intorno al 60%. Parte dei flussi deve quindi essere riorganizzata o indirizzata verso altri porti. È importante però essere precisi. Non significa che la Colombia abbia smesso di esportare caffè. Significa che un evento naturale ha improvvisamente messo in difficoltà una delle infrastrutture attraverso le quali una parte considerevole di quel caffè raggiunge il resto del mondo. Ed è forse ancora più significativo.

La fragilità nascosta della globalizzazione

Siamo abituati a considerare disponibili in qualsiasi momento prodotti provenienti da ogni parte del pianeta. Entriamo in un supermercato e troviamo caffè colombiano, cacao africano, banane dell’America centrale, riso asiatico. Ci sembra normale. Ma dietro quella normalità esiste una gigantesca infrastruttura globale. Piantagioni. Strade. Ferrovie. Magazzini. Porti. Navi. Assicurazioni. Intermediari. Torrefattori. Distributori. Basta che uno degli anelli fondamentali della catena venga interrotto perché il sistema debba rapidamente trovare un’alternativa.

Il terremoto colombiano ci ricorda quindi qualcosa che abbiamo già imparato con la pandemia, la crisi del Mar Rosso e le guerre degli ultimi anni: le filiere globali sono straordinariamente efficienti finché funzionano, ma possono essere sorprendentemente fragili quando qualcosa le interrompe.

E poi c’è la speculazione?

Quando una materia prima aumenta rapidamente di prezzo compare inevitabilmente questa parola. Speculazione. Il fenomeno esiste, perché caffè, cacao, grano e altre commodity vengono negoziati sui mercati finanziari attraverso contratti futures e altri strumenti. Ma attribuire semplicemente gli aumenti agli speculatori sarebbe fuorviante. I mercati futures hanno anche una funzione economica essenziale: consentono a produttori, commercianti e utilizzatori di proteggersi dalle oscillazioni dei prezzi.

Il problema nasce quando a una disponibilità fisica già incerta si sommano aspettative fortemente rialziste. Il prezzo può allora muoversi molto prima che l’eventuale scarsità si manifesti realmente. Ancora una volta, quindi, paghiamo non soltanto ciò che sta accadendo, ma anche ciò che il mercato teme possa accadere domani.

Dalla commodity alla tazzina

Possiamo allora ricostruire idealmente il viaggio. Un chicco viene raccolto in Brasile, Colombia, Vietnam o in un altro Paese produttore. Viene lavorato. Trasportato. Esportato. Attraversa l’oceano. Arriva in Europa. Viene acquistato e trasformato dal torrefattore. Viene confezionato. Distribuito. Raggiunge il bar. Viene macinato. Finalmente entra nella macchina dell’espresso. Tutto questo per produrre una bevanda che consumiamo in pochi secondi. Quando osserviamo il percorso in questo modo, la tazzina da poco più di un euro appare quasi sorprendente.

Ma il caffè sta davvero diventando un bene di lusso?

Dal punto di vista economico la risposta è evidentemente no. Un espresso da 1,20, 1,30 o 1,50 euro non diventa per questo un bene di lusso. Ma il titolo contiene volutamente una provocazione. Perché esiste anche un’altra definizione, meno economica e più sociale, del lusso. È ciò che smettiamo di poter fare senza pensarci. Per decenni nessuno si è domandato seriamente se potesse permettersi un caffè al bar. Era una spesa quasi invisibile.

Se invece cominciamo a ridurre il numero delle tazzine, a berlo a casa, a considerare il prezzo prima di ordinare o a rinunciare all’abitudine quotidiana, qualcosa è cambiato. Non necessariamente nel nostro reddito. Nel rapporto tra reddito e piccoli consumi quotidiani.

Il problema non riguarda soltanto il caffè

Ed è forse qui che la tazzina diventa un piccolo indicatore dell’economia reale. Negli ultimi anni le famiglie hanno dovuto confrontarsi con l’aumento del costo dell’energia, degli alimentari, dei servizi, dei trasporti e dell’abitazione. Ogni incremento, preso singolarmente, può apparire sopportabile. Dieci euro qui. Venti euro lì. Qualche centesimo sul caffè. Ma è la somma a modificare i comportamenti. L’inflazione entra nella vita delle persone raramente attraverso un unico grande aumento. Molto più spesso arriva attraverso decine di piccole rinunce. Ed è per questo che la tazzina possiede anche un valore simbolico.

Napoli e il caffè sospeso: l’esatto contrario del lusso

A Napoli esiste una tradizione che permette forse di comprendere meglio di qualsiasi teoria economica il significato sociale del caffè. Il caffè sospeso. Chi può permetterselo ne paga due. Uno lo beve. L’altro rimane a disposizione di uno sconosciuto che entrerà successivamente e  potrebbe non avere la possibilità di pagarlo. Non sappiamo chi lo berrà. Non riceveremo un ringraziamento. Probabilmente non lo incontreremo mai. È un gesto minuscolo. E proprio per questo straordinario. Il caffè diventa una forma anonima di solidarietà. L’esatto contrario di un bene di lusso, che per definizione tende invece a distinguere chi può permetterselo da chi non può.

Quando un terremoto colombiano arriva al bar sotto casa

Torniamo allora alla Colombia. Una montagna frana. Una strada viene interrotta. I camion non riescono a raggiungere normalmente un porto. Le esportazioni devono trovare percorsi alternativi. Il mercato teme una riduzione dell’offerta. Le quotazioni reagiscono. Un importatore europeo acquista il caffè a un prezzo differente. Un torrefattore sostiene un costo maggiore. Il barista riceve un listino aggiornato. E qualche mese dopo sul cartello dietro il bancone compare un nuovo prezzo. È una semplificazione, naturalmente. Ma rende evidente qualcosa che spesso dimentichiamo: la globalizzazione ha ridotto enormemente le distanze economiche.

Una frana dall’altra parte dell’Atlantico può entrare nel nostro portafoglio. Il vero prezzo di una tazzina Forse, allora, la domanda non è se arriveremo a pagare il caffè 1,50, 1,80 o 2 euro. Il problema più interessante è un altro. Che cosa accade quando aumenta il prezzo di qualcosa che non abbiamo mai considerato soltanto una merce? Perché dentro pochi centimetri di porcellana convivono ormai mondi lontanissimi. Il clima del Brasile. Le piantagioni vietnamite. Le montagne colombiane. Le navi che attraversano gli oceani. Il costo dell’energia. Gli stipendi. Gli affitti dei nostri bar. E infine noi. Seduti davanti a un bancone per qualche minuto. Il caffè probabilmente non diventerà un vero bene di lusso. Ma rischia progressivamente di perdere una caratteristica che per generazioni abbiamo dato per scontata: essere un piccolo piacere quotidiano accessibile praticamente a tutti. E forse è proprio questo che rende la sua storia così interessante. Perché se domani dovessimo cominciare a considerare un lusso ciò che ieri rappresentava semplicemente una pausa, non sarebbe cambiato soltanto il prezzo di una materia prima. Sarebbe cambiato qualcosa nelle nostre abitudini. Nel modo in cui incontriamo gli altri. Nel tempo che concediamo a noi stessi. A Napoli continueremmo probabilmente a dire: «Ci prendiamo un caffè?». Ma quella domanda avrebbe un significato leggermente diverso.

E allora comprenderemmo che il vero valore della tazzina non è mai stato soltanto quello del caffè che contiene.