Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

LE DEMOCRAZIE DEL XXI SECOLO – Migrazioni ed economia

Ricercatrice analizza dati economici mentre persone di diversa provenienza attraversano un centro urbano.

Oltre gli slogan, la complessità dei numeri

Le migrazioni producono effetti economici che non possono essere ricondotti a giudizi semplicistici. Occupazione, salari, produttività, innovazione e sostenibilità del welfare dipendono da molteplici fattori: struttura del mercato del lavoro, qualificazione dei migranti, politiche di integrazione e capacità delle istituzioni di governare il fenomeno. Le democrazie invitano a superare le contrapposizioni ideologiche per analizzare ciò che realmente emerge dai dati.

«L’economia diffida delle risposte semplici. È una disciplina abituata a distinguere tra cause e conseguenze, a osservare gli effetti nel tempo e a valutare come le decisioni di oggi producano risultati spesso diversi da quelli immaginati. Per questo guarda con particolare cautela anche al fenomeno migratorio.»

«In un contesto di crescente interconnessione globale, le democrazie devono affrontare le sfide delle migrazioni e trovare soluzioni che giovino a tutti.»

Pochi temi dividono l’opinione pubblica quanto il rapporto tra immigrazione ed economia. Da una parte vi è chi sostiene che l’arrivo di lavoratori stranieri sottragga occupazione ai residenti, riduca i salari e aumenti la spesa pubblica. Dall’altra, chi considera l’immigrazione una risorsa indispensabile per sostenere la crescita economica e garantire la tenuta del welfare. La ricerca economica suggerisce una conclusione diversa. Nessuna di queste due letture, presa isolatamente, riesce a spiegare un fenomeno così articolato. Gli effetti economici delle migrazioni dipendono dalla struttura del mercato del lavoro, dal livello di qualificazione dei migranti, dalla velocità dei percorsi di integrazione, dalla fase del ciclo economico e dalla qualità delle istituzioni. La domanda corretta, dunque, non è se l’immigrazione sia positiva o negativa per l’economia. La vera domanda è un’altra. In quali condizioni produce benefici e in quali, invece, genera criticità?

Tavola 1  Le principali variabili che influenzano gli effetti economici delle migrazioni

VariabilePerché è importante
Livello di qualificazioneInfluenza produttività e salari
Struttura del mercato del lavoroDetermina la capacità di assorbire nuova occupazione
Politiche di integrazioneFavoriscono un inserimento rapido e regolare
Ciclo economicoModifica domanda di lavoro e investimenti
Dinamica demograficaIncide sul fabbisogno di lavoratori
Qualità delle istituzioniCondiziona l’efficacia delle politiche pubbliche

Il lavoro non è una quantità fissa

Uno degli equivoci più diffusi consiste nell’immaginare il mercato del lavoro come una torta dalle dimensioni immutabili: se arriva un nuovo lavoratore, inevitabilmente qualcuno perderà il proprio posto. L’economia mostra che la realtà è molto più complessa. Molti economisti parlano della “fallacia della quantità fissa di lavoro” (lump of labour fallacy). L’idea secondo cui esisterebbe un numero immutabile di posti di lavoro da distribuire tra le persone non trova infatti conferma nell’esperienza economica. Le imprese investono, innovano, aprono nuovi mercati, introducono nuove tecnologie. Nascono nuove attività produttive mentre altre scompaiono. L’occupazione non è una grandezza statica. È il risultato dell’interazione tra investimenti, consumi, produttività, innovazione e disponibilità di lavoro. Ciò non significa che non possano verificarsi tensioni. In alcuni comparti caratterizzati da bassa qualificazione e salari contenuti, un rapido aumento dell’offerta di lavoro può determinare difficoltà temporanee. In altri settori, invece, l’arrivo di lavoratori stranieri permette alle imprese di colmare carenze di personale che limiterebbero la produzione e gli investimenti. Per questo motivo gli economisti evitano conclusioni valide in ogni circostanza. Gli effetti cambiano da Paese a Paese, da settore a settore e persino da territorio a territorio.

Un concetto da ricordare

Il mercato del lavoro non è una quantità fissa da distribuire. Cresce o si riduce in funzione degli investimenti, della produttività, dell’innovazione e della domanda di beni e servizi.

Capitale umano: la risorsa che può andare perduta

Quando si parla di migrazioni ricorre spesso un’espressione fondamentale per comprendere gli effetti economici del fenomeno: capitale umano. Ogni persona porta con sé competenze, esperienza, conoscenze professionali e capacità maturate nel proprio percorso di vita. Il valore economico di questo patrimonio dipende però dalla possibilità di utilizzarlo. Un medico costretto a svolgere lavori non qualificati perché il proprio titolo di studio non viene riconosciuto rappresenta una perdita non solo per sé, ma anche per il Paese che lo ospita. Lo stesso vale per un ingegnere, un insegnante, un ricercatore o un artigiano altamente specializzato. Le politiche di integrazione non riguardano quindi soltanto la dimensione sociale. Sono anche politiche economiche. Favorire il riconoscimento delle qualifiche professionali, l’apprendimento della lingua, la formazione continua e l’accesso regolare al mercato del lavoro significa ridurre gli sprechi di capitale umano e aumentare la produttività complessiva del sistema economico.

Tavola 2  Quando il capitale umano viene valorizzato

Politiche efficaciEffetti economici
Riconoscimento dei titoliMaggiore produttività
Formazione linguisticaInserimento più rapido
Accesso regolare al lavoroAumento della contribuzione fiscale
Aggiornamento professionaleMaggiore competitività delle imprese

Innovazione e imprenditorialità

L’immigrazione non produce soltanto nuova offerta di lavoro. Può contribuire anche alla creazione di nuova domanda. Molti migranti avviano attività imprenditoriali, aprono imprese commerciali, manifatturiere o di servizi e sviluppano reti economiche tra il Paese di origine e quello di destinazione. Queste iniziative generano investimenti, occupazione e nuovi rapporti commerciali. Naturalmente non tutti i percorsi migratori conducono all’imprenditorialità. Ma la storia economica mostra come la mobilità delle persone favorisca spesso anche la mobilità delle idee, delle competenze e dei capitali. In un’economia sempre più globale, questa capacità di costruire collegamenti tra mercati differenti rappresenta un fattore competitivo che merita di essere valorizzato.

Oltre il lavoro dipendente

Le migrazioni possono contribuire alla crescita economica non solo attraverso il lavoro subordinato, ma anche mediante l’imprenditorialità, l’innovazione e la creazione di nuove reti commerciali internazionali.

I costi esistono e vanno governati

Riconoscere i possibili benefici economici delle migrazioni non significa ignorarne i costi. Ogni processo di integrazione richiede investimenti pubblici e privati. Scuola, sanità, formazione linguistica, politiche abitative, servizi sociali, amministrazione pubblica e percorsi di inserimento lavorativo devono essere in grado di accompagnare l’arrivo delle persone e favorirne la partecipazione alla vita economica e civile. Questi interventi rappresentano un costo iniziale. Ma costituiscono anche un investimento sul capitale umano. La differenza tra costo e investimento dipende dalla capacità delle istituzioni di trasformare un inserimento assistito in un’integrazione produttiva. Quando questo percorso funziona, aumenta l’occupazione regolare, crescono le entrate fiscali e contributive e si rafforza la coesione sociale. Quando, invece, i percorsi di integrazione risultano frammentati o inefficaci, aumentano i rischi di esclusione sociale, lavoro irregolare, sfruttamento e marginalità. Il problema, quindi, non è soltanto l’esistenza dei flussi migratori. È la capacità dello Stato di governarli. Una politica migratoria efficace non si misura esclusivamente dal numero degli ingressi autorizzati o dei rimpatri effettuati. Si misura anche dalla capacità di trasformare una presenza in partecipazione economica, autonomia lavorativa e inclusione sociale.

Tavola 3 Costi immediati e benefici di lungo periodo

Interventi inizialiPossibili effetti nel tempo
Formazione linguisticaInserimento lavorativo più rapido
Riconoscimento delle competenzeMaggiore produttività
Politiche attive del lavoroRiduzione della disoccupazione
Servizi di integrazioneMaggiore coesione sociale
Contrasto al lavoro irregolareAumento del gettito fiscale e contributivo

Un principio economico

Molti costi legati all’immigrazione sono concentrati nella fase iniziale dell’inserimento; molti benefici, invece, si manifestano soltanto nel medio e lungo periodo. Per questo le valutazioni economiche richiedono un orizzonte temporale sufficientemente ampio.

Il rapporto con il welfare

Uno dei temi più discussi riguarda il rapporto tra immigrazione e sistemi di  welfare. Anche in questo caso le risposte semplicistiche rischiano di essere fuorvianti. L’impatto fiscale dell’immigrazione non è uguale in ogni situazione. Dipende dall’età delle persone, dalla loro partecipazione al mercato del lavoro, dal livello di reddito, dalla composizione del nucleo familiare e dalla durata della permanenza nel Paese ospitante. Un lavoratore giovane, regolarmente occupato e contribuente produce effetti molto diversi rispetto a una persona che rimane esclusa dal mercato del lavoro. Per questo motivo gran parte della letteratura economica sottolinea come il vero fattore discriminante non sia la provenienza geografica. È l’integrazione economica. Quanto più rapidamente una persona trova un’occupazione stabile e regolare, tanto maggiore sarà il suo contributo al finanziamento del sistema previdenziale e fiscale. Anche sotto questo profilo emerge un principio che attraversa l’intero articolo. Non è l’origine delle persone a determinare gli effetti economici. Sono le condizioni nelle quali esse vivono, lavorano e partecipano alla società.

Tavola 4 I principali fattori che influenzano l’impatto sul welfare

FattoreEffetti attesi
Età mediamente giovaneMaggiore partecipazione al lavoro
Occupazione regolareContributi previdenziali e fiscali
Buona integrazioneMinore dipendenza dall’assistenza
Competenze valorizzateRedditi più elevati e maggiore produttività
Lavoro irregolareMinore gettito e maggiore vulnerabilità sociale

Un falso mito

Non è corretto affermare che l’immigrazione costituisca sempre un costo o sempre un beneficio per il welfare. Gli effetti dipendono soprattutto dal livello di occupazione regolare, dall’integrazione e dalla struttura demografica dei flussi migratori.

Economia e qualità delle istituzioni

L’economia insegna che quasi nessun fenomeno complesso produce effetti esclusivamente positivi o esclusivamente negativi. Le migrazioni non fanno eccezione. Possono sostenere la crescita economica. Contribuire a colmare carenze di competenze. Favorire l’innovazione e l’imprenditorialità. Ampliare la base contributiva del sistema previdenziale. Possono però anche generare costi di integrazione, tensioni sul mercato del lavoro in specifici comparti e difficoltà organizzative nei territori meno preparati ad assorbire cambiamenti rapidi. La differenza non dipende soltanto dall’intensità dei flussi migratori. Dipende soprattutto dalla qualità delle istituzioni. Dalla capacità di programmare. Di selezionare i fabbisogni del mercato del lavoro. Di favorire l’incontro tra domanda e offerta,  contrastare il lavoro sommerso,  valorizzare il capitale umano. Ed è proprio qui che economia e democrazia tornano a incontrarsi. Una democrazia matura non si limita a chiedersi se l’immigrazione rappresenti un’opportunità o un problema. Costruisce le condizioni affinché le opportunità possano svilupparsi e i problemi possano essere affrontati con strumenti efficaci.

L’idea chiave

L’impatto economico delle migrazioni non dipende soltanto dai flussi, ma soprattutto dalla capacità delle istituzioni di governarli. L’integrazione economica, il riconoscimento delle competenze e politiche pubbliche efficaci rappresentano i principali fattori che trasformano la mobilità delle persone in un’opportunità di sviluppo.

Comprendere prima di giudicare

L’economia non offre slogan. Offre strumenti per comprendere la realtà. Le migrazioni possono sostenere la crescita economica, favorire l’innovazione, contribuire al mercato del lavoro e al finanziamento del welfare. Possono anche generare costi di integrazione, difficoltà organizzative e tensioni nei territori che non dispongono di politiche adeguate. La differenza non dipende soltanto dal numero delle persone che arrivano. Dipende dalla qualità delle istituzioni, dalla capacità di programmare gli ingressi, dall’efficacia dei percorsi di integrazione e dalla rapidità con cui il capitale umano riesce a trasformarsi in partecipazione economica. Ancora una volta emerge il filo conduttore di questa serie. Le migrazioni non sono un fenomeno da giudicare attraverso categorie assolute. Sono un cambiamento da governare. Ed è proprio nella capacità di governare cambiamenti complessi che si misura la maturità di una democrazia.