Meloni: “Tasse su extraprofitti? Fatte da noi, non dalla sinistra”

In senato scontro tra la meloni e la Schlein.


Il dibattito politico italiano si accende nuovamente sul tema della giustizia fiscale e del contributo dei grandi gruppi industriali e finanziari alle casse dello Stato.

Giorgia Meloni, durante le recenti comunicazioni istituzionali, ha rivendicato con forza la paternità politica degli interventi sugli extraprofitti, puntando il dito contro le opposizioni:

“Le tasse sui margini ingiustificati di società energetiche e banche le abbiamo introdotte noi, mentre la sinistra ne ha solo parlato”.

Ma qual è la realtà dei fatti dietro queste dichiarazioni? Ecco una ricostruzione cronologica e tecnica dei provvedimenti che hanno segnato gli ultimi anni.

Sebbene la narrazione attuale veda il centrodestra come unico protagonista, il concetto di “contributo di solidarietà” sugli extraprofitti nasce nel 2022 con il governo di Mario Draghi.

Nel marzo 2022 viene introdotto un prelievo del 10% (poi salito al 25%) sui profitti eccedenti delle aziende del settore energetico, colpite dai rincari record del gas dovuti al conflitto in Ucraina.

Quella misura fu segnata da numerosi problemi tecnici e ricorsi legali, con molte aziende che si rifiutarono di pagare o versarono solo una parte del dovuto, portando a un gettito sensibilmente inferiore alle attese del Ministero dell’Economia.

La vera rottura rivendicata da Giorgia Meloni avviene nell’estate del **2023**. Con un decreto a sorpresa (DL 104/2023), il Consiglio dei Ministri annuncia una tassa sugli extraprofitti delle banche, generati dall’innalzamento dei tassi d’interesse deciso dalla BCE.

Le caratteristiche della misura Meloni:

Un prelievo calcolato sul margine d’interesse delle banche.

Dopo le iniziali turbolenze dei mercati, il governo introdusse una clausola: le banche potevano scegliere se pagare la tassa o destinare un importo superiore (2,5 volte l’imposta) a riserve non distribuibili per rafforzare il proprio patrimonio.

Quasi tutti i principali istituti di credito hanno scelto di accantonare i fondi a riserva anziché versare liquidità allo Stato, trasformando la tassa in un’operazione di rafforzamento della stabilità del sistema bancario.

La critica di Meloni si basa sul fatto che, nonostante i partiti di opposizione (PD e M5S) avessero spesso invocato una maggiore tassazione sui grandi patrimoni o sulle rendite finanziarie, non avevano mai varato un prelievo mirato sui settori bancario ed energetico con la stessa radicalità durante i loro mandati.

Tuttavia, le opposizioni ribattono sottolineando due punti:

Accusano il governo di aver fatto “propaganda”, poiché la clausola sulle riserve bancarie ha azzerato le entrate effettive per lo Stato.

Il Movimento 5 Stelle rivendica da anni la necessità di tassare chi ha speculato sulla crisi energetica.

La verità si trova, come spesso accade, nel mezzo:

La narrazione di Giorgia Meloni punta a scardinare il luogo comune che vede il centrodestra come “amico dei poteri forti”, cercando di posizionare il governo come difensore dei risparmiatori e delle famiglie contro le speculazioni dei mercati.

Una battaglia simbolica, oltre che economica, che continuerà a pesare nelle prossime tornate elettorali.