22 Maggio 2022

(Dis)ordini mondiali. Il polo turco, tra Medio Oriente e Nord Africa

Attorno all’antinomia Russia-“Occidente”, la Turchia cerca una via d’uscita dalla crisi economica insidiandosi nei conflitti esplosi e latenti:

dall’Europa, al Nord Africa, fino all’Asia centrale, Ankara è pronta a comportarsi di nuovo da alleata della Nato, ma solo se ne trarrà vantaggio

Turchia-Nato: alleati con riserva

Il 24 marzo, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, oltre ad aver partecipato al vertice dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato), ha tenuto, a latere, una serie di incontri bilaterali con i suoi omologhi di Francia, Gran Bretagna, Italia, Estonia e Spagna. Nel suo intervento al vertice, inoltre, ha chiesto maggiori sforzi per giungere a un cessate il fuoco, impegnandosi a portare avanti la sua opera di mediazione tra Mosca e Kiev. Un ruolo per cui da settimane riceve apprezzamenti dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che in più occasioni ne ha sottolineato l’importanza, e dal segretario generale delle Nazioni unite (Onu) Antonio Guterres. Parimenti, le cancellerie europee sembrano aver bruscamente cambiato atteggiamento: a parte gli incontri bilaterali a margine del vertice Nato, il 14 marzo Erdoğan aveva ricevuto ad Ankara il cancelliere tedesco Olaf Scholz, mentre due giorni dopo era stata la volta del presidente polacco Andrzej Duda. Intanto, Ankara ha lavorato per la distensione con la Grecia, l’Armenia, Israele, cui ufficialmente non è stato ancora perdonato l’assalto alla Freedom Flotilla, e gli Emirati arabi uniti (Eau), ancora ufficialmente sospettati di aver sostenuto il fallito golpe del 2016 e ai quali la Turchia nelle ultime settimane ha chiesto l’estradizione di Sedat Peker. Il Forum diplomatico di Antalya, del resto, è stato un palcoscenico significativo per le velleità imperiali della Turchia, almeno su buona parte dell’Europa e dell’Asia centrale. Solo le istituzioni europee sembrano conservare una certa freddezza nei confronti delle autorità turche, mentre il Congresso delle autorità locali e regionali del Consiglio d’Europa ha manifestato preoccupazione per la definizione troppo ampia di terrorismo data dalla legge turca, che ha permesso finora di inquisire e arrestare sindaci al momento dell’apertura delle indagini, e di sostituirli con altri, facendo di Ankara una “democrazia degradata”.

Egocentrismo strategico

Da parte sua, il 23 marzo Ankara ha rigettato la proposta Ue per il piano di sicurezza del Mediterraneo orientale, bollandola come “non strategica e illegale”, in quanto tutelerebbe esclusivamente gli interessi della Grecia e della Repubblica di Cipro (greca), ignorando i diritti della Turchia e della Repubblica turca di Cipro del Nord. Sulla stessa linea, alle domande di Scholz sulla sua neutralità tra Russia e Ucraina, Erdoğan ha risposto che intende mantenere buone relazioni con entrambe, mentre agli Usa, che chiedono di inviare all’Ucraina il sistema S-400, ha risposto il responsabile per la comunicazione presso la Presidenza turca, Fahrettin Altun, secondo cui è un’idea “piuttosto irrealistica”, ma offre l’occasione di discutere del “problema” che Ankara ha vissuto ultimamente con l’“Occidente”. La Turchia, dunque, è decisa a perseguire i propri interessi strategici, non solo nei confronti dell’Europa, ma anche degli Usa, cui spesso rimprovera la mancata abolizione delle sanzioni “ingiuste”, imposte per l’acquisto del sistema di difesa antimissile russo S-400 (le sanzioni europee invece sono legate alle tensioni quasi sfociate in conflitto armato con Grecia e Cipro, nel 2020) e avanza pretese di rimborso dopo l’interruzione da parte di Washington delle trattative per l’acquisto di F-35. L’appello a rimuovere queste sanzioni, peraltro, è stato rinnovato all’ultimo vertice Nato, durante il quale Erdoğan ha chiesto solidarietà agli alleati, esponendo loro, al contempo, i vantaggi dei prodotti dell’industria turca degli armamenti, con esplicito riferimento al “successo” dei droni turchi usati dall’esercito ucraino.

L’Europa all’ombra della Sublime porta?

Con le cancellerie europee, dall’implosione del sistema sovietico, d’altronde, la Turchia ha alternato fasi di cooperazione intensa ad altre di gelo, quando non di aperta tensione. In particolare, dal 2015 Ankara ha tentato di ricorrere all’aumento di rifugiati mediorientali e centrasiatici per esercitare pressioni diplomatiche su Bruxelles. Al punto che a marzo 2016, ha siglato un accordo che gli ha garantito 6 miliardi di euro nel periodo 2016-2020 (oltre alla possibilità per i cittadini turchi di entrare in zona Ue senza visto), in cambio del “disturbo” di ospitare i rifugiati, soprattutto siriani, impedendo loro di attraversare il confine con l’Unione europea. L’accordo, scaduto nel 2020, è stato rinnovato da Bruxelles fino all’inizio del 2022, con lo stanziamento di altri 485 milioni di euro per Ankara. Nondimeno, la questione ha suscitato non poche polemiche in Europa, soprattutto tra le organizzazioni non governative, a proposito della gestione turca dei centri di accoglienza. Parimenti, mediante la rivendicazione del diritto alla neutralità tra Mosca e Kiev, alcuni osservatori considerano Ankara un rifugio sicuro per gli oligarchi russi colpiti dalle sanzioni e suscita interrogativi la partenza per la Turchia del ministro russo per il Clima dimissionario Anatoly Chubais, padre delle privatizzazioni degli anni ’90, nonché delfino dell’ex presidente Boris Elcin. Inoltre, le due vittorie diplomatiche servite ad Ankara dal segretario di Stato Usa Antony Blinken con le condanne del “genocidio” dei rohingya in Myanmar e della repressione degli uiguri nella regione autonoma cinese del Xinjiang, sono state coronate dalla partecipazione del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu all’ultimo vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica, cui per la prima volta ha partecipato anche la Cina, come osservatore. Un’occasione in più, per Ankara, per mostrarsi un prezioso alleato agli occhi di Washington: non solo sul fronte russo, grazie alla sua potenza militare e alla sua posizione strategica sul mar Nero, ma anche su quello cinese, grazie alla sua capacità di proiezione in Asia centrale.

Medio Oriente: trikaranos

L’assertività geopolitica, del resto, serve a Erdoğan per riconquistare consensi sullo scacchiere politico interno. Nel confronto tra potenze, invece, gli Usa, per difendere la propria egemonia geopolitica, o per conservare il massimo vantaggio all’interno di un quadro multipolare e multilaterale, potrebbero rivolgersi nuovamente ad Ankara, appaltandole per procura il compito di preservare la profondità strategica statunitense. In Medio Oriente, ad esempio, Washington potrebbe tentare di giocare la carta di un triumvirato mediorientale, al contempo antirusso e anticinese, se i negoziati internazionali con l’Iran si concludessero bene e se la Turchia riuscisse a tessere relazioni vantaggiose tra Tehran da un lato e Israele e le monarchie del Golfo dall’altro, magari avvalendosi dell’astuzia diplomatica del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed. Sarebbe questo il coronamento “democratico”, realizzato dal presidente Usa Joe Biden, del piano elaborato dal suo predecessore Donald Trump e dal suo consigliere per il Medio Oriente, Jared Kushner, con gli accordi di Abramo. Tuttavia, se questo complesso intreccio dovesse fallire, si potrebbero costituire nella regione due poli distinti, l’uno rappresentato da Ankara (e forse Doha), più disponibile a un dialogo pragmatico con l’Iran, l’altro, composto dalle monarchie del Golfo (con riserva, probabilmente, per il Qatar, partner economico significativo della Turchia) ed eventualmente da Israele, più intransigente verso la Repubblica islamica. Ma il conflitto ucraino ha posto Washington di fronte ad alleati, come Israele, l’India e, ancora una volta, la Turchia, non sempre disposti a rinunciare alla propria autonomia strategica. Come potrebbero dunque reagire simili alleati se si acuissero le tensioni tra Usa e Cina? E come si metterebbe il vecchio continente se si acuissero le tensioni tra Spagna e Algeria?