24 Maggio 2022

Domenico Vacca: l’eccellenza del made in Italy che ha conquistato le star di Hollywood

Il New York Times l’ha definito il re del lusso. Che per lui vuol dire ricerca, esclusività e fare cose straordinarie. Come partire dalla Puglia e conquistare Hollywood. E’ esattamente quello che ha fatto Domenico Vacca, stilista d’eccellenza che da venticinque anni veste le più grandi star del cinema americano. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più della sua attività e della sua vita, che presto diventerà un libro.

Domenico, come è nata la sua passione per la moda?

“La passione per la moda inizia da mia nonna, che dal 1930 che aveva un atelier. Praticamente sono cresciuto tra i tavoli di sartoria. Poi tutti parenti da parte di mia madre erano sarti, o sarte. La passione è nata lì, perché vivevo quell’ambiente, che è stato molto importante. Mia nonna mi diceva sempre: non fare moda, perché è un sacco di lavoro e non si fanno tanti soldi. Ma era prima che la moda diventasse un fenomeno globale. Per i primi dieci anni della mia vita professionale, infatti, ho fatto altre cose. Poi venticinque anni fa ho deciso di entrare nel campo della moda, prima investendo in un altro marchio italiano e poi lanciando il mio marchio”.

E lo ha fatto a New York, conquistando in breve tempo il mercato americano. Ha avuto coraggio!

“Sì, tieni presente che la mia prima collezione l’ho lanciata due mesi dopo l’11 settembre, quindi effettivamente c’è stato un grande coraggio. Io già vivevo a New York e ho deciso di lanciare la mia prima collezione che è sempre stata, e ancora lo è, tutta prodotta in Italia, cento per cento made in Italy. Ho deciso di lanciarla nel mercato americano perché era un mercato che conoscevo, aperto alle idee nuove. Poi gli americani avevano i soldi per potersi permettere di fare shopping di un certo livello, e avevano anche tanta voglia di capire come vestirsi. E così abbiamo lanciato la prima collezione in America, abbiamo aperto il primo negozio a New York sulla Fifth Avenue e fortunatamente è andato subito molto bene”.

Come si spiega questo grande e immediato successo?   

“Perché abbiamo portato non solo il made in Italy, ma tutto l’italian style. Quindi tutto quello che non era ancora arrivato in America a livello di look, di sensibilità della moda italiana. Noi abbiamo portato la sartoria napoletana sia per l’uomo che per la donna, abbiamo portato il colore, il look italian style che in America ancora non c’era… E’ stata una sfida per noi, però i tempi erano giusti. Infatti abbiamo capitalizzato subito. Tutti gli americani che venivano in Italia vedevano gli italiani vestiti bene, ma quando tornavano in America non trovavano una collezione che potesse essere l’immagine identica di quello che uno poteva indossare in Italia. Con noi l’hanno trovata, e quindi si sono entusiasmati molto. Abbiamo fatto molta education, perché abbiamo dovuto educare gli americani a vestirsi da italiani. Che è una delle più grosse cose che noi esportiamo all’estero, non solo il made in Italy come prodotto, ma il nostro look, come mettere insieme i capi di abbigliamento, i colori… Quindi siamo partiti da là”.

Ma si vestono così male gli americani?

“All’epoca sì, adesso molto meglio. L’americano veniva da anni e anni di Blues brothers, che era un po’ una divisa. Per loro vestire non era una cosa importante. Io dico sempre che se l’americano potesse andare a lavorare nudo ci andrebbe, perché per loro vestirsi la mattina è un problema. Non sanno come mettere insieme i colori, i capi. Oggi è cambiato un po’. Però comunque era, e ancora un po’ lo è, un problema. Noi abbiamo iniziato a dire: se voi la sera prima passate dieci minuti a mettere insieme un look per il giorno dopo e lo fate spesso, alla fine diventerete dei maestri nel saper vestire. Ed effettivamente hanno imparato. Piano piano, ovviamente. Noi gli abbiamo sempre detto: voi giocate a golf, che è uno degli sport più importanti in America, ma non è che avete iniziato subito a giocare bene a golf, avete fatto pratica, all’inizio magari non vi divertivate. Poi una volta che avete capito come funzionava avete iniziato a divertirvi. Per l’abbigliamento è la stessa cosa, all’inizio vi sembrerà strano, dovrete capire come si abbinano le varie cose ma poi vi divertirete. Questo abbiamo fatto in America e non solo attraverso i nostri negozi, ma soprattutto attraverso i guardaroba che abbiamo creato per film e serie televisive. Perché poi abbiamo ripreso questo look italian style e lo abbiamo messo nei film più importanti e nelle serie tv più importanti. E questo ci ha dato una capacità mediatica molto penetrante. Attraverso tutto ciò siamo riusciti a sdoganare questo look italiano agli americani, poi gli è piaciuto e hanno capito come funziona. Perché la cosa importante  non è solo portare all’estero il prodotto italiano ma anche il look italiano, che secondo me dovrebbe essere patrimonio mondiale. Mi ricordo che un giorno ero passato al mio negozio sulla Fifth Avenue a New York. Arriva un cliente e dice al mio manager: puoi mettermi insieme una giacca, una camicia e delle cravatte perché sono daltonico? Dopo mezz’ora ne arriva un altro, e sento dire la stessa cosa: I am color blind, che vuol dire daltonico, non vedo i colori. E anche lui fa fare la stessa cosa. Un’ora dopo ne arriva un altro. Mi dico: ma come è possibile, ho beccato tre daltonici in una giornata? E invece è il loro modo per dire: io non so come mettere insieme i colori, non so nulla di moda. E quindi nascondevano dietro questo fatto dell’essere daltonico la loro non cultura nel mettere insieme non solo i capi, ma anche i colori. Per cui noi per vent’anni in America abbiamo fatto questo lavoro. Addirittura mettevamo i numerini ricamati sui capi, in modo che loro mettevano insieme tutti i capi dove c’era l’uno, il due o il tre”.

In pratica si è inventato un metodo didattico…

“Esatto! Oppure gli facevamo le foto dei look, e loro se le mettevano nella porta interna dell’armadio a casa loro. Abbiamo fatto grande education agli americani, che poi è stata la stessa traiettoria del cibo italiano. Quando sono arrivato in America per gli americani la pasta più in voga era la pasta col sugo alla marinara oppure le fettuccine Alfredo. Entrambi questi due piatti non sono mai esistiti in Italia, però loro erano convinti di sì perché c’era uno che si era inventato la pasta con la panna, l’aveva chiamata Alfredo e per loro in Italia ci doveva stare questa pasta d’Alfredo in tutti i ristornati italiani, che non era vero”.

Lei ha vestito tantissime star. Al Pacino, Glenn Close, Dustin Hoffman, Diane Keaton, Sharon Stone, Denzel Wahington, Michael Douglas… Ma l’elenco è veramente lunghissimo. Ha qualche aneddoto da raccontarci?

“Ce ne sono tantissimi, perché avendo avuto rapporti con questi personaggi, che sono dei personaggi proprio loro nel senso che ognuno di loro ha una bella personalità, ce ne sono tanti di aneddoti. Ne racconto uno che per me è molto divertente. Ero a Los Angeles a casa di Dustin Hoffman, gli avevo portato tutto quello che serviva per il suo personaggio in un film. Ovviamente lui comincia a parlare dell’Italia, perché è un grande amante del nostro Paese. Ma soprattutto mi inizia a parlare di Fellini e Mastroianni, mi racconta che quando aveva fatto ‘Il laureato’ arriva a Roma per promuovere il film e l’ufficio stampa della produzione gli chiede cosa vuole fare e lui dice: vorrei incontrare Federico Fellini. Loro organizzano la cena, lui arriva con la moglie e Federico Fellini arriva con Anita Ekberg. Mentre erano seduti a tavola Dustin è seduto vicino ad Anita e inizia a parlare con lei che a un certo punto arrossisce. Così lui si gira verso la moglie e tutto gasato le dice: mi sa che sto facendo colpo su Anita Ekberg. Il problema è che poi si accorge che c’era Fellini che stava seduto dall’altra parte vicino alla Ekberg che le stava accarezzando le gambe. Ci è rimasto malissimo. Mi dice: Domenico, per trenta secondi ho pensato di essere un Marcello Mastroianni in Italia. Ma di aneddoti ce ne sarebbero tanti…”.

Il personaggio più bizzarro?

“Mickey Rourke. Sicuramente lui, che tra l’altro è un mio grande amico. E’ un personaggio un po’ particolare, noi diremmo fuori dalle righe. Anche con lui c’è un aneddoto divertente. Una sera andiamo insieme prima a cena e poi in discoteca. Qui conosce una modella russa, inizia a parlare con questa modella e finisce lì. Un paio di settimane dopo va a Mosca per presentare un film e rilascia un’intervista ad una emittente russa. Dei miei amici mi dicono di guardare la trasmissione perché era tutto vestito Domenico Vacca. A un certo punto la giornalista gli chiede: ti piacciono le russe? E lui fa: sì mi piacciono molto e infatti io adesso sto con una modella russa, si chiama Irina, sta a Parigi per la settimana della moda e anzi la saluto. Io avevo capito chi era questa Irina, perché l’aveva conosciuta con me. Due settimane dopo mi chiama e mi chiede di andare a trovarlo sul set perché voleva parlarmi di una cosa. Stava girando ‘Iron man’. Io vado e mi dice: ti ricordi Irina? E’ successo che l’avevo salutata da una trasmissione russa, il problema è che lei è la donna di uno dei più grossi mafiosi russi, che ha visto la trasmissione e quando io ho detto ciao Irina, la mia ragazza che fa la modella, che vive a New York e adesso sta a Parigi ha fatto due più due ha capito che stavo uscendo con la sua donna.  E ha detto che non la posso vedere più. Ora un uomo normale avrebbe detto lasciamo perdere, invece lui mi fa: io mi sono innamorato, la devo vedere, tu hai un sacco di clienti russi devi parlare con qualcuno perchè devo convincere questo qua a lasciarla stare. Io che dicevo Mickey ma ti rendi conto? Devi pure dire grazie che sei vivo! Questo è Mickey Rourke, uno che dice io sono innamorato e mi devi aiutare a convincere il più grande mafioso russo a lasciarla stare. Insomma questi sono i personaggi”.

Quanto sono importanti le sue radici italiane?

“Sono molto importanti, io non ho mai preso la cittadinanza americana perché sono nato italiano e vorrei finire la mia vita da italiano. Produco tutto in Italia, sono molto orgoglioso della nostra produzione e del far lavorare i nostri artigiani. Io non approvo chi, anche nei marchi italiani di lusso, produce all’estero e poi magari finisce la produzione in Italia per mettere made in Italy. Noi non lo facciamo, il nostro made in Italy è reale. E poi è un Paese bellissimo, infatti ho aperto il mio primo negozio in Italia un paio di mesi fa. In piena pandemia, quindi anche lì un atto abbastanza coraggioso, ma io penso che nei momenti di crisi c’è sempre un’opportunità. Poi ho comprato due immobili in Puglia, perché io sono pugliese, dove stiamo realizzando due alberghi a 5 stelle. Purtroppo è un Paese altamente burocratizzato, quindi chi viene dall’estero per investire, pur con tutto l’entusiasmo, deve avere a che fare con tutta una serie di cose che non lo incoraggiano. Però alla fine io sento di essere italiano: la mia passione per la moda viene dall’Italia, il mio senso dei colori viene dall’Italia, il mio senso artistico viene dall’Italia. Se non fossi stato italiano molto probabilmente non avrei fatto questa professione”.

Qual è il capo più rappresentativo del suo brand?

“Da donna senz’altro la nostra borsa che si chiama Julie Bag, che quest’anno compie il ventesimo anniversario. Una borsa molto bella che ho disegnato 20 anni fa, e che da 20 anni abbiamo in collezione e continuiamo a vendere. Ne ha cinque Ivana Trump, ne ha due la moglie dell’emiro del Quatar Sheikha Moza e poi è stata in molte serie televisive e film. Quindi senz’altro la Julie Bag. E poi gli abiti che noi chiamiamo power suit, cioè il tailleur da donna che noi abbiamo lanciato diversi anni fa anche attraverso una serie tv che si chiama ‘Damages, dove abbiamo vestito Glenn Close che faceva la parte di un avvocato di New York. Insomma il tailleur da donna in carriera, che continuiamo a fare e che è un po’ il nostro signer two da donna. Mentre da uomo più o meno tutto, diciamo il capo spalla in generale e in particolare lo smoking”.

Il New York Times l’ha definita il re del lusso. Si riconosce in questa definizione e, se sì, ne è orgoglioso?

“Si ne sono orgoglioso, soprattutto perché io il lusso lo intendo in un modo meno commerciale. Io dico che oggi la parola luxury è una delle parole più usate soprattutto nella maniera sbagliata. Tutto è lusso adesso. Io una volta ero un po’ fuori Chicago in una zona normalissima e c’era uno striscione con su scritto: appartamenti di lusso. Quindi è tutto lusso. Per me invece il lusso è fare qualcosa di straordinario, fare qualcosa che abbia delle complicazioni. Io vedo i miei capi come gli orologi che vengono valutati in base alle complicazioni che l’artigiano riesce a mettere nell’orologio, che possono essere le lancette dei secondi, il datario, le fasi lunari. Noi facciamo la stessa cosa nelle nostre collezioni e nei nostri capi. Cioè prendiamo gli artigiani, lavoriamo con loro, creiamo dei disegni e dei prodotti dove c’è una manualità molto particolare e di qualità. Usiamo dei tessuti di estrema qualità, facciamo delle cose che sono al di sopra degli standard normali. Il fatto di fare qualcosa al di sopra degli standard normali lo fa diventare lusso, perché lo fa diventare una cosa esclusiva. Tutte le nostre giacche, i nostri abiti sia da uomo che da donna li numeriamo nel senso che, siccome non facciamo più di sei pezzi, nell’etichetta interna alla giacca mettiamo 1/6, 2/6, 3/6 ecc. Come le opere d’arte, perché anche lì è un fatto di esclusività. Quindi se parliamo di lusso per dire ci impegniamo a fare delle cose particolari, ricerca, cose uniche è un titolo che a me piace molto”. 

Può dare un consiglio d’eleganza a noi comuni mortali?

“Molto semplice: anziché comprare quattro giacche che costano poco e che tre mesi dopo si smaterializzano, compratene una e piano piano vi costruite un guardaroba. Io sono un grosso sostenitore del costruirsi un guardaroba: se uno si compra una giacca, un abito e tre camicie a stagione fra cinque o sei stagioni avrà un guardaroba importante che potrà usare per tantissimi anni. Io indosso degli abiti che ho fatto per me dieci, quindici anni fa. Si tratta solo di cambiare approccio. Io alle donne dico: non dovete aprire il vostro guardaroba e dire non ho niente da mettermi, che è la frase tipica di una donna davanti a un armadio. Dovete dire: ho tanto da mettermi. Perché alla fine non è necessario cambiare il guardaroba ogni stagione per seguire le mode. Il concetto non è seguire il trend, ma seguire qualcosa che va bene con la propria personalità. Noi dobbiamo avere un guardaroba che sta bene a noi per quello che facciamo, per come ci relazioniamo con gli altri, per la vita che facciamo, per il nostro stile di vita. Che non ha niente ha a che vedere con il trend della stagione. E poi la semplicità. Io sono un grande sostenitore della semplicità. Nel dubbio, nel budget limitato bisogna avere dei capi di riferimento, pochi ma buoni e semplici. Un uomo con una giacca blu,una  camicia bianca e un paio di jeans già sta a cavallo. Una donna con un tailleur, un body o una camicia sotto, o il classico abitino nero ha già svoltato. La semplicità vince sempre, il gusto vince sempre. Non è quanta roba uno compra, è comprare delle cose di qualità che siano dei punti fermi, e poi aggiungere quando uno può un capo per volta per crearsi il suo guardaroba e la sua identità a livello di look”.

A proposito di tessuti: lei da un po’ di tempo fa uso di tessuti più ecosostenibili. Pensa che il futuro dell’alta moda sta andando in questa direzione?

“Sì. Noi non usiamo più pellicce da una vita perché non ha senso. Poi ci sono delle bellissime pellicce false che danno l’idea a livello di creatività di quell’elemento senza dover uccidere nessun animale. Quindi sono anni che non ne facciamo più, e pian piano stiamo anche utilizzando delle resine anziché le pelli. Insomma, ci stiamo portando sempre di più verso la sostenibilità. Quello che dicevo prima quando parlavo di meno capi ma di maggiore qualità secondo me è uno dei concetti chiave proprio della sostenibilità. Noi dobbiamo davvero consumare meno, la moda usa e getta crea un grosso problema che è il getta. Io cammino per le strade in Italia e vedo dei grandi capi di nylon o capi tecnici, e mi pongo il problema: ma tutto questo nylon che non è biodegradabile dove ce lo ritroveremo? Perché questa è plastica! Nella moda anziché andare verso l’ecosostenibile andiamo nella direzione opposta, perché parliamo tanto di ecosostenibile però io vedo solo gente che va in giro con materiali che non sono naturali, e pertanto non biodegradabili. Secondo me bisogna comprare meno, comprare materiali naturali e non usare più pellicce. Perché tanto orami se una ha la pelliccia non fa status symbol, anzi fa esattamente l’opposto. E poi dobbiamo essere più consapevoli di quello che indossiamo”.

Che progetti ha per l’imminente futuro?

“Adesso mi sto divertendo a lanciare il negozio di Roma, che si trova all’inizio di Via della Croce angolo Piazza di Spagna. E ci sta dando delle belle soddisfazioni soprattutto perché, a parte tutti i turisti che arrivano e siamo molto contenti, anche coi clienti italiani iniziamo a parlare di moda. Quindi diciamo che stiamo diventando il punto di riferimento per chi ancora si vuole vestire bene. E’ diventato un po’ un club anche per gli italiani che passano, vedono la nostra vetrina, entrano dentro ed è importante parlare di qualità dei tessuti, del cachemire, delle lane. E’ tutto molto divertente. Dopo di che molto probabilmente apriremo Milano, e così copriamo il mercato italiano tra Roma e Milano. Poi tra un paio di mesi iniziamo i lavori per i due alberghi in Puglia, quindi diciamo che l’Italia è diventata importante. Poi sto cercando di ultimare un libro sulla mia vita, che è stato per me un po’ rivedere gli ultimi trent’anni della mia vita. E’ stato molto catartico come esperienza, e adesso devo trovare la forza di chiuderlo perchè quando uno scrive di se stesso è una cosa pazzesca, non avevo mai provato una sensazione di questo tipo. E poi c’è l’America: ho appena firmato la collaborazione con un marchio americano che ha cento negozi più un grossissimo business online. Mi hanno chiesto di fare una collaborazione con loro e disegnare tre collezioni, e quindi mi entusiasma molto perché con questa collaborazione porteremo alcuni dei nostri design a un pubblico americano più vasto. E quest’idea mi piace molto”.