27 Settembre 2022

Quello che vi siete persi per seguire la guerra Usa-Russia in Ucraina: Emirati arabi uniti, Opec+, Arabia saudita, Israele #multilateralismo

Emirati arabi uniti e Arabia saudita impegnati in una fitta rete di delicate relazioni diplomatiche

L’Opec+ non cede alle pressioni “occidentali” e rifiuta di aumentare drasticamente la produzione di petrolio; in Israele, pericoloso aumento della tensione in vista del Giorno della Terra

Emirati arabi uniti: l’arte della diplomazia

Gli Emirati arabi uniti (Eau), negli ultimi giorni, hanno concluso un importante accordo commerciale con Israele, mentre, sul fronte umanitario, hanno affermato il proprio impegno per alleviare le disastrose condizioni economiche del popolo afghano, durante una conferenza virtuale di donatori organizzata dalle Nazioni unite, Gran Bretagna, Germania e Qatar. Intanto, dopo l’incontro, in Marocco, con il segretario di Stato statunitense Antony Blinken, il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed Al Nahyan ha discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky del conflitto in corso e degli sviluppi dei negoziati di pace. Alla fine di marzo, peraltro, una delegazione emiratina si era recata in India, incontrando rappresentanti dell’esercito di Nuova Delhi, per rafforzare la cooperazione in materia di difesa. La diplomazia emiratina, dunque, soprattutto dall’inizio del conflitto ucraino, tenta l’associazione vincente tra economia, finanza e geopolitica, in una prospettiva analoga a quella che aveva permesso a Pechino di insidiare il primato statunitense nel mercato globale. L’accordo per il libero scambio con Israele, ad esempio, come ha detto il ministro emiratino per il Commercio estero, Thani al-Zeyoudi, in un commento sulla rete sociale Twitter, instaura una promettente relazione commerciale. Parallelamente, l’intensificazione delle relazioni diplomatiche con Israele negli ultimi mesi, sia con gli incontri diretti, sia per il sostegno di Tel Aviv ad Abu Dhabi dopo gli attacchi dei ribelli sciiti yemeniti Houthis, prepara il terreno per la nascita di un polo geopolitico mediorientale, ansioso di rivendicare la propria autonomia. Significativa, inoltre, è la manifestazione di interesse per l’Afghanistan, isolato a livello internazionale a causa delle perplessità euroatlantiche sul governo dei talebani. In tale vuoto geopolitico, finora, si stanno inserendo Cina e Russia (che considera i talebani terroristi, ma il 31 marzo ha accreditato il primo diplomatico afghano presso il ministero degli Esteri), ma Abu Dhabi appare decisa a non restare a guardare.

Opec+: divergenze petrolifere

Il 31 marzo, i paesi dell’Opec+, hanno concordato un incremento graduale della produzione di petrolio, continuando dunque a ignorare le pressioni di Washington, che chiedeva invece un aumento repentino per arginare le ripercussioni negative delle sanzioni euroatlantiche alla Russia sui costi dell’approvvigionamento energetico. Gli Usa, intanto, che assieme a Canada e Gran Bretagna hanno bloccato le importazioni di petrolio russo, hanno deciso di attingere alla propria riserva strategica, ma si tratta di una misura di contenimento, la cui efficacia rischia di avere vita breve, dato che la quota di produzione petrolifera russa equivale all’incirca a quella dell’Arabia saudita. Inoltre, Washington cerca di ottenere il sostegno saudita ed emiratino ritrattando le dichiarazioni dei giorni scorsi sulla possibile rimozione del corpo dei guardiani della Rivoluzione iraniani dalla lista delle organizzazioni terroristiche, in vista di una rapida conclusione del negoziato internazionale con Tehran. Infatti, il 30 marzo, gli Usa hanno annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, questa volta ai danni di Mohammad Ali Hosseini, che gestisce una rete di società che fornisce materiali per il programma missilistico iraniano. Nondimeno, la Opec+ (composta dai 13 membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, guidati dall’Arabia saudita, e da 10 paesi non appartenenti all’organizzazione e in gran parte vicini alla Russia) ha motivato la propria decisione di aumentare gradualmente la produzione, sostenendo che gli equilibri del mercato petrolifero globale si erano retti finora sulla stabilità strutturale e sulla concertazione continua in merito alla quantità di oro nero da produrre, mentre le fluttuazioni attuali dipendono dagli sviluppi geopolitici. Per questo motivo il 28 marzo Abu Dhabi aveva invitato Usa ed Europa a non andare oltre le aspettative ragionevoli nei confronti dell’Opec+, poiché quest’ultima è un’alleanza solida. D’altronde, la produzione di oro nero era stata drasticamente ridotta nel 2020, per effetto dell’emergenza sanitaria globale, mentre aveva ripreso a salire gradualmente solo da agosto 2021.

Arabia saudita: una diplomazia oltre il petrolio

Il 31 marzo, le autorità saudite hanno inserito 10 individui e 5 organizzazioni nella lista dei finanziatori dei ribelli sciiti yemeniti Houthis, con l’accusa di aver facilitato l’afflusso di denaro a loro beneficio, con il supporto delle forze speciali Quds, del corpo dei guardiani della Rivoluzione iraniani. Riyadh, secondo la quale esiste una rete internazionale finalizzata alla destabilizzazione dello Yemen, ha spiegato di aver preso questa decisione di concerto con il dipartimento del Tesoro e l’ufficio di Controllo dei beni stranieri degli Stati uniti. Su un altro fronte, il 30 marzo, l’Arabia saudita ha annunciato di aver depositato 5 miliardi di dollari statunitensi nella Banca centrale egiziana, motivando la decisione con le intense relazioni bilaterali tra i due paesi e tra i due popoli. Dunque, si legge in un comunicato diffuso dall’agenzia stampa saudita di Stato Spa, Riyadh ha assunto un «ruolo d’avanguardia nel sostenere la sorella Repubblica araba d’Egitto». Quest’ultimo, infatti, a causa della guerra in Ucraina, non solo è esposto al rischio di una crisi alimentare dall’interruzione delle importazioni di grano da Kiev, ma sta già sperimentando anche danni considerevoli nel settore turistico, giacché nel Mar Rosso il turismo russo era tra i più consistenti. Per questo, il Cairo aveva annunciato trattative con il Fondo monetario internazionale (Fmi) per un piano di fondi e supporto tecnico, mentre il 29 marzo aveva siglato con il Qatar diversi accordi per investimenti pari a 5 miliardi di dollari. Riyadh intende dunque fare la sua parte, soprattutto dopo la riammissione del Qatar, a gennaio 2021, nel Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), che crea i presupposti per una maggior coesione regionale di fronte alle minacce comuni, come l’Iran. Anche con la Turchia, le relazioni sembrano avviarsi alla distensione: il 31 marzo, su richiesta di Riyadh, un procuratore turco ha chiesto al tribunale di Istanbul che si occupava dell’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, di rimettere il caso nelle mani della giustizia saudita.

Israele: conflitto a bassa intensità

Il 31 marzo, in Cisgiordania, due palestinesi sono morti nel corso di un’operazione israeliana nel campo profughi di Jenin, sfociata in scontro a fuoco. Lo stesso giorno, un altro palestinese, identificato dal ministero della Sanità locale come Nidal Jaafreh, è salito a bordo di un autobus, in prossimità della colonia israeliana di Gush Etzion, e dopo una fermata si era scagliato contro un colono israeliano, ferendolo con un pugnale. Immediatamente, un altro passeggero israeliano ha estratto la pistola, uccidendolo, mentre, poche ore dopo, le forze di sicurezza di Tel Aviv hanno lanciato un’incursione nel villaggio di Tarqumia, vicino Betlemme, dove risiedeva Jaafreh, provocando scontri con i residenti. L’esercito israeliano, da parte sua, ha annunciato l’invio di altre quattro unità in Cisgiordania, ma la tensione ultimamente sta aumentando, nonostante le campagne di arresti israeliane nei territori palestinesi. Inoltre, si fa sempre più difficile la condizione dei palestinesi che vivono in territori israeliani, soprattutto dopo le proteste dello scorso maggio, denominate la rivolta della dignità. Al punto che diversi municipi israeliani hanno annunciato la sospensione dei lavoratori palestinesi del settore edile, motivando la decisione con il recente episodio di Tel Aviv: il 30 marzo, un palestinese armato di pistola aveva ucciso cinque persone, prima di essere a sua volta ucciso dalla polizia. Nella città di Lod, invece, dove il 40 % della popolazione è palestinese, i coloni israeliani hanno costituito una milizia chiamata i Guardiani di Lod, ufficialmente per scopi difensivi, ma di fatto per spianare la via a ulteriori colonizzazioni. Intanto, il 30 marzo, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, il Giorno della Terra è stato celebrato con imponenti manifestazioni, i cui slogan erano concentrati sul diritto al ritorno nelle proprie terre e sulla resistenza all’occupazione e alla colonizzazione di Israele. Anche in 38 città marocchine, a centinaia sono scesi in strada per condannare la normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv, dalla sinistra laica alle associazioni giovanili islamiche.