In un’intervista rilasciata all’Huffpost, Dario Franceschini rompe gli indugi e trasforma la prossima scadenza referendaria in un vero e proprio spartiacque per la tenuta democratica del Paese.
Il messaggio dell’esponente dem è netto: il referendum non è solo una consultazione tecnica sulla riforma costituzionale, ma l’ultimo baluardo contro un progetto di “pieni poteri” perseguito da Giorgia Meloni.
Secondo Franceschini, la vittoria del “Sì” darebbe il via libera a una trasformazione irreversibile dell’assetto istituzionale italiano.
Il timore principale riguarda l’effetto valanga che un successo della destra potrebbe innescare:
Per il Partito Democratico, la riforma del premierato è il grimaldello con cui la premier punta a scardinare i pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione.
Franceschini avverte che, una volta ottenuto il controllo diretto dell’esecutivo tramite il voto popolare, il passo successivo della destra sarebbe la ridefinizione del ruolo e della figura del Presidente della Repubblica, svuotando di fatto la funzione di garanzia del Quirinale.
“Se vincono il referendum non li fermiamo più. Meloni cerca i pieni poteri e vuole cambiare l’attuale assetto dello Stato.”
Per contrastare quella che definisce una deriva autoritaria, Franceschini non si rivolge solo alla politica, ma lancia un appello trasversale alla società civile. La battaglia per il “No” deve diventare, secondo l’ex Ministro, una mobilitazione collettiva che coinvolga intellettuali, associazioni e cittadini comuni, superando i recinti dei partiti.
Nonostante il peso della sfida, Franceschini si dice ottimista. Il suo pronostico non si basa sulla scaramanzia, ma su una percezione del clima nel Paese:
Franceschini rileva una base elettorale d’opposizione molto più “mobilitata e motivata” rispetto al passato.
Una sconfitta rappresenterebbe, nelle parole del senatore dem, “una brutta botta”, capace di incrinare la narrazione di invincibilità della maggioranza e di Giorgia Meloni.
La partita è aperta e i toni si fanno sempre più accesi. Mentre il governo difende la riforma come strumento di stabilità e “democrazia diretta”, l’opposizione, con Franceschini in prima linea, serra i ranghi per quello che si preannuncia come uno dei confronti referendari più infuocati della storia recente.
