L’Italia al bivio tra Referendum e l’ombra di Trump: i nuovi equilibri del potere
Se le urne per le elezioni politiche si aprissero oggi, lo scenario che si presenterebbe agli italiani sarebbe drasticamente diverso da quello di pochi mesi fa.
Il terremoto politico innescato dal recente esito referendario, che ha visto la sconfitta della linea governativa su temi cruciali, ha rimescolato le carte in tavola, indebolendo la solidità della maggioranza guidata da Giorgia Meloni e rinvigorendo le speranze di un’opposizione che, per la prima volta, vede la possibilità concreta di un sorpasso.
Il quadro attuale vede Fratelli d’Italia ancora come primo partito, ma con un calo significativo rispetto ai picchi del passato. Le rilevazioni più recenti degli istituti di ricerca, come Ipsos e Demopolis, indicano che il partito della Premier si attesta oggi tra il 28% e il 30%, perdendo quella spinta propulsiva che sembrava inesauribile.
A pesare è una combinazione di fattori: da un lato l’usura naturale del governo, dall’altro la gestione dei rapporti internazionali, in particolare con gli Stati Uniti di Donald Trump.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca è diventato un’arma a doppio taglio per il centrodestra italiano.
Se inizialmente la vittoria repubblicana sembrava poter rafforzare l’asse conservatore, le recenti tensioni diplomatiche e gli attacchi del tycoon verso figure chiave, compreso il Pontefice Leone XIV e la stessa Meloni, accusata paradossalmente di “mancanza di coraggio” su alcuni dossier internazionali, hanno messo in difficoltà la Presidente del Consiglio.
Questo isolamento a destra ha paradossalmente spinto parte dell’opposizione a una difesa istituzionale della Premier, ma ha anche creato crepe nella coalizione di governo, con la Lega di Salvini che tenta di ritagliarsi uno spazio come unico vero interlocutore del trumpismo in Italia.
Dall’altra parte della barricata, il cosiddetto “Campo Largo” sta vivendo una fase di euforia post-referendaria. Elly Schlein è riuscita a capitalizzare la vittoria del “No” alla riforma, portando il Partito Democratico a oscillare tra il 22% e il 23%.
La vera sorpresa, tuttavia, è la tenuta del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, che le ultime supermedie dei sondaggi danno in crescita verso il 14%, posizionando l’ex Premier come una figura centrale e competitiva nel gradimento dei leader.
Per la prima volta in questa legislatura, l’aggregazione di PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e le altre forze centriste della coalizione avrebbe i numeri per superare, seppur di misura, il blocco di centrodestra. Si parla di un testa a testa che vede il Campo Largo al 46% contro il 45% della maggioranza attuale.
Tuttavia, questa potenziale vittoria resta appesa a un filo sottile: la capacità di mantenere unita una coalizione estremamente eterogenea, dove le visioni su politica estera e sviluppo economico restano spesso divergenti.
In questo scenario, il vero vincitore silenzioso rischia di essere l’astensionismo. I dati parlano chiaro: oltre 20 milioni di italiani oggi sceglierebbero di non recarsi alle urne. È una massa critica che riflette una crescente stanchezza verso una politica percepita come distante dalle emergenze quotidiane, come l’inflazione e la precarietà lavorativa.
Se si votasse oggi, l’esito non sarebbe solo una sfida tra Meloni e Schlein, ma una corsa contro il tempo per convincere un elettorato disilluso che il cambiamento è ancora possibile, nonostante le turbolenze che arrivano dall’altra parte dell’Oceano.
