Da 75 milioni di risorse europee a 5,7 miliardi di nuovi finanziamenti: l’accordo FEI-CDP-MCC mostra la straordinaria capacità delle garanzie pubbliche di moltiplicare il credito.
Ma dietro una leva di 76 volte c’è una domanda che non può essere elusa: la garanzia rende migliore il credito o trasferisce semplicemente una parte del rischio dal sistema bancario al sistema pubblico?
Settantacinque milioni diventano tre miliardi. Tre miliardi contribuiscono ad attivarne 5,7. E alla fine oltre 26.000 piccole e medie imprese italiane potrebbero ottenere nuovi finanziamenti.
Letti così, i numeri dell’accordo siglato il 23 luglio 2026 tra Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI), Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Mediocredito Centrale (MCC) sembrano quasi descrivere una moltiplicazione finanziaria.
E, in un certo senso, è proprio così.
Il FEI metterà a disposizione 75 milioni di euro di risorse nell’ambito del programma InvestEU. Grazie a queste risorse CDP potrà fornire fino a 3 miliardi di euro di controgaranzie al Fondo di Garanzia per le PMI, gestito da Mediocredito Centrale per conto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il meccanismo dovrebbe consentire al sistema bancario di generare circa 5,7 miliardi di nuovi finanziamenti a favore di oltre 26.000 PMI italiane.
Lo stesso FEI quantifica l’effetto leva in 76 volte: il rapporto tra i 5,7 miliardi di finanziamenti potenzialmente generati e i 75 milioni della garanzia first-loss europea.
È un risultato rilevante.
Ma proprio la dimensione di questa leva suggerisce di andare oltre l’annuncio e di comprendere cosa stia realmente accadendo.
Perché quei 75 milioni non diventano magicamente 5,7 miliardi.
Ciò che viene moltiplicato non è il denaro pubblico. È la capacità del sistema finanziario di assumere rischio.
Una lunga catena della garanzia
Per comprendere il meccanismo bisogna immaginare una catena.
FEI → CDP → Fondo di Garanzia PMI/MCC → banca → impresa.
Il FEI interviene sulla prima perdita attraverso le risorse InvestEU. CDP utilizza questa protezione per fornire controgaranzie su un portafoglio di nuove garanzie del Fondo PMI. Il Fondo, a sua volta, garantisce una parte dei finanziamenti concessi dalle banche alle imprese.
La stessa definizione fornita dal FEI è significativa: i 3 miliardi rappresentano una copertura aggiuntiva sulle garanzie attivate dal Fondo PMI, permettendo di amplificare ulteriormente le risorse messe a disposizione a livello europeo.
Non siamo quindi davanti a 5,7 miliardi di finanziamenti pubblici.
I finanziamenti continueranno a essere erogati dalle banche.
Ciò che cambia è la distribuzione del rischio lungo la catena.
Ed è precisamente questo il cuore economico dell’operazione.
Perché una garanzia può generare nuovo credito
Ogni volta che una banca concede un finanziamento assume un rischio: l’impresa potrebbe non essere in grado di restituirlo.
Quel rischio ha conseguenze economiche e patrimoniali.
Il credito entra negli attivi della banca, viene sottoposto alle regole prudenziali e contribuisce alla determinazione delle attività ponderate per il rischio, le cosiddette Risk Weighted Assets – RWA.
A parità di altre condizioni, maggiore è il rischio associato alle esposizioni, maggiore è il capitale che la banca deve mantenere a presidio.
È qui che interviene la garanzia.
Se una parte dell’esposizione è coperta da una protezione del credito riconosciuta dalla normativa prudenziale, il trattamento della quota protetta può beneficiare, al ricorrere delle condizioni previste dal CRR, del rischio attribuibile al garante.
La disciplina europea non consente però di concludere semplicemente che “finanziamento garantito = rischio zero”.
L’EBA chiarisce infatti che, nei casi previsti, la parte garantita e quella non garantita devono essere considerate distintamente ai fini della ponderazione del rischio; inoltre il trattamento dipende dalla natura del garante, dalle caratteristiche della protezione e dall’approccio prudenziale utilizzato dalla banca.
Questo significa che la garanzia può produrre un capital relief, ma la sua dimensione effettiva deve essere determinata caso per caso.
Un esempio: un milione di euro
Immaginiamo una banca che conceda un finanziamento di un milione di euro a una PMI.
Senza entrare nelle numerose variabili previste dalla normativa prudenziale, supponiamo per semplicità che l’intera esposizione non garantita produca RWA per un milione.
Se la banca dovesse mantenere, a titolo puramente esemplificativo, capitale CET1 pari al 10% degli RWA, quel finanziamento assorbirebbe:
1.000.000 × 100% × 10% = 100.000 euro di capitale.
Supponiamo ora, sempre esclusivamente per illustrare il meccanismo, che una parte rilevante del finanziamento sia assistita da una garanzia pubblica pienamente riconoscibile ai fini prudenziali e che la quota protetta possa beneficiare di una ponderazione inferiore.
Gli RWA complessivi dell’operazione diminuirebbero.
E diminuirebbe, conseguentemente, il capitale assorbito.
La banca potrebbe utilizzare la capacità patrimoniale liberata per concedere altri finanziamenti.
È questo il vero moltiplicatore.
Non vengono creati 5,7 miliardi dal nulla.
Si utilizza una quantità relativamente limitata di risorse pubbliche per rendere possibile al sistema bancario l’assunzione di una quantità molto maggiore di esposizioni creditizie.
Il secondo effetto: il prezzo del credito
Esiste poi un’altra conseguenza spesso meno visibile.
Il capitale ha un costo.
Una banca determina il prezzo di un finanziamento considerando diversi elementi: costo della raccolta, costi operativi, rischio di credito, perdita attesa, capitale assorbito e remunerazione richiesta sul capitale.
Semplificando:
Pricing del credito = costo della provvista + costi operativi + costo del rischio + costo del capitale + margine
Se la garanzia riduce il rischio effettivamente sopportato dalla banca e, quando ne ricorrono le condizioni, anche l’assorbimento patrimoniale, diminuisce una componente del costo economico dell’operazione.
Una parte di questo beneficio può quindi essere trasferita all’impresa attraverso condizioni migliori.
Non a caso il FEI indica esplicitamente tra gli obiettivi dell’accordo la possibilità per le banche di concedere i 5,7 miliardi di finanziamenti a condizioni favorevoli.
La garanzia pubblica può dunque produrre un doppio effetto:
più credito e credito potenzialmente meno costoso.
Ma la garanzia non migliora l’impresa
Arriviamo però al punto probabilmente più importante.
Una garanzia può migliorare la qualità dell’esposizione per la banca.
Non migliora automaticamente la qualità economica dell’impresa finanziata.
Se un’impresa ha una struttura finanziaria squilibrata, genera flussi di cassa insufficienti, presenta una leva finanziaria eccessiva o opera con un modello di business non più sostenibile, la presenza della garanzia non modifica questi elementi.
Il DSCR non migliora perché esiste una garanzia pubblica.
L’EBITDA non aumenta.
La capacità dell’impresa di generare cassa non cambia.
Il rapporto tra posizione finanziaria e capacità di rimborso rimane quello che era prima.
È una distinzione essenziale perché permette di separare due concetti che troppo spesso vengono confusi:
il rischio dell’impresa e il rischio della banca non sono necessariamente la stessa cosa.
La garanzia può ridurre la perdita della banca in caso di default.
Non necessariamente riduce la probabilità che il default si verifichi.
Garanzia e merito creditizio devono restare separati
Da questa distinzione deriva una conseguenza fondamentale.
La garanzia pubblica dovrebbe intervenire dopo la valutazione del merito creditizio, non al posto della valutazione del merito creditizio.
La domanda corretta non dovrebbe essere:
“Possiamo finanziare questa impresa perché c’è la garanzia?”
ma:
“Questa impresa è finanziabile e la garanzia può consentirci di finanziarla meglio, più a lungo o a condizioni più favorevoli?”
La differenza sembra sottile.
In realtà separa due modelli completamente diversi di politica creditizia.
Nel primo la garanzia diventa un sostituto dell’analisi.
Nel secondo diventa un moltiplicatore del credito verso imprese economicamente sostenibili.
Ed è soltanto il secondo modello che può produrre crescita duratura.
Il rischio del moral hazard
Esiste infatti un rischio inevitabile quando una parte significativa delle potenziali perdite viene trasferita a un soggetto terzo: il moral hazard.
Se chi decide di concedere il credito sopporta soltanto una parte della perdita potenziale, potrebbe teoricamente avere minori incentivi a selezionare con la stessa severità i debitori.
È una dinamica conosciuta da tempo nella teoria economica.
Nel credito garantito assume però una rilevanza particolare.
Se una banca finanziasse un’impresa che senza garanzia non avrebbe ritenuto economicamente sostenibile, il sistema pubblico non starebbe semplicemente facilitando l’accesso al credito.
Starebbe modificando il processo di selezione del credito.
Ed è qui che il confine diventa delicato.
La finalità di una garanzia pubblica dovrebbe essere quella di correggere un fallimento del mercato: consentire a imprese sane, soprattutto PMI con minori garanzie reali o minore forza contrattuale, di ottenere finanziamenti che altrimenti sarebbero insufficienti o eccessivamente costosi.
Non dovrebbe invece servire a finanziare artificialmente imprese prive di una ragionevole capacità prospettica di rimborso.
Dalla garanzia straordinaria alla garanzia strutturale
L’esperienza italiana degli ultimi anni rende questa riflessione ancora più importante.
Durante la pandemia l’intervento pubblico sul credito fu giustificato da una situazione eccezionale: impedire che una crisi improvvisa di liquidità si trasformasse in una crisi generalizzata di solvibilità.
Ma progressivamente la garanzia pubblica è diventata uno strumento strutturale della politica del credito.
L’accordo del luglio 2026 lo conferma.
Non è neppure un episodio isolato. L’intesa amplia quella sottoscritta nell’ottobre 2023, divenuta operativa l’anno successivo e destinata a mobilitare oltre 5 miliardi di euro per circa 68.000 imprese. Considerando le due operazioni, FEI stima più di 11 miliardi di nuova finanza per oltre 90.000 PMI italiane.
La scala raggiunta dal fenomeno impone quindi una domanda ulteriore.
Chi sopporta davvero il rischio?
In un finanziamento tradizionale il meccanismo è relativamente semplice:
la banca sceglie → la banca finanzia → la banca assume il rischio → la banca sopporta la perdita.
In un sistema fortemente assistito da garanzie pubbliche il percorso diventa più articolato:
la banca sceglie → la banca finanzia → una parte del rischio viene trasferita → una parte della perdita potenziale viene assorbita dalla catena delle garanzie.
Questo non significa che il rischio scompaia.
Significa che cambia proprietario.
Ed è probabilmente questa la chiave attraverso cui leggere l’intera operazione.
La finanza pubblica moderna non interviene necessariamente prestando direttamente denaro alle imprese. Sempre più spesso interviene assumendo, condividendo o controgarantendo il rischio affinché siano gli intermediari privati a mobilitare quantità di capitale molto superiori.
È la logica di InvestEU.
Ed è una logica estremamente potente.
Ma proprio perché potente deve essere accompagnata da sistemi altrettanto robusti di selezione, monitoraggio e controllo del credito.
Una leva di 76 volte è una grande opportunità. E una grande responsabilità
Trasformare 75 milioni di capacità di prima perdita in 5,7 miliardi di potenziale credito rappresenta un esempio molto efficace di come le risorse europee possano essere utilizzate come catalizzatore anziché come semplice trasferimento finanziario.
La leva permette di amplificare enormemente l’impatto delle risorse disponibili.
Ma esiste una regola finanziaria che non dovrebbe essere dimenticata:
più elevata è la leva, più importante diventa la qualità del sottostante.
In questo caso il sottostante non è un titolo finanziario.
Sono migliaia di imprese italiane.
La vera misura del successo dell’operazione, pertanto, non sarà soltanto verificare se saranno effettivamente erogati 5,7 miliardi di nuovi finanziamenti.
Bisognerà capire a chi saranno concessi, per finanziare cosa e con quali risultati.
Se quelle risorse contribuiranno a finanziare investimenti, innovazione, digitalizzazione, transizione ambientale, internazionalizzazione e crescita di imprese sostenibili, la garanzia pubblica avrà svolto pienamente la propria funzione.
Se invece diventasse prevalentemente uno strumento per aumentare il debito di imprese strutturalmente fragili, il rischio sarebbe stato semplicemente spostato lungo la catena.
Dalla banca al Fondo.
Dal Fondo alle istituzioni pubbliche.
E, in ultima analisi, alla collettività.
La garanzia migliore resta la capacità di generare cassa
C’è infine una considerazione che riguarda direttamente il rapporto banca-impresa.
Negli ultimi anni abbiamo dedicato molta attenzione alle garanzie: Fondo PMI, SACE, controgaranzie europee, InvestEU.
Sono strumenti importanti e continueranno probabilmente a esserlo.
Ma nessuna garanzia pubblica dovrebbe far dimenticare quale sia la prima garanzia di qualsiasi finanziamento.
La capacità dell’impresa di generare nel tempo flussi di cassa sufficienti a rimborsare il debito.
È questo che una banca dovrebbe continuare innanzitutto a valutare.
La garanzia viene dopo.
Perché può ridurre la perdita in caso di insolvenza, può diminuire l’assorbimento patrimoniale, può favorire condizioni economiche migliori e può consentire di moltiplicare il credito disponibile.
Ma non può trasformare un cattivo investimento in un buon investimento.
Ed è forse questa la lezione più importante nascosta dietro quei 75 milioni capaci di mobilitarne 5,7 miliardi:
la garanzia pubblica può moltiplicare il credito. Non può moltiplicare la capacità delle imprese di restituirlo.