L’Ia non potrà mai sostituire i nostri ricordi


Spesso pensiamo alla memoria come a un semplice archivio di dati, un magazzino polveroso dove depositiamo gli eventi della nostra vita per evitare che sbiadiscano.

Nelle pagine del suo saggio “I piaceri”, Vitaliano Brancati richiamato oggi tra le tracce della maturità 2026 ribalta questa prospettiva, mostrandoci come il ricordo sia in realtà una fonte di gioia autentica, un piacere della mente che ci aiuta a dare valore al presente.

Ricordare non significa guardare passivamente indietro, ma trovare una bussola per non perderci nel caos quotidiano. Oggi, in un’epoca dominata dall’esplosione dell’Intelligenza Artificiale, questa riflessione assume un significato ancora più profondo, spingendoci a interrogarci sul valore autentico dell’umanizzazione e su ciò che ci rende unici.


L’Intelligenza Artificiale è straordinaria nel collezionare informazioni, memorizzare miliardi di dati in pochi secondi e replicare pattern logici. Tuttavia, c’è un abisso invalicabile tra il “salvare un dato” in un server e il “ricordare” come essere umano. Brancati ci ricorda che per avere una memoria ricca è necessario il coraggio di fare esperienze concrete.

Chi vive una vita pigra, senza rischiare o emozionarsi, si ritroverà con una memoria vuota. I ricordi biologici non nascono da stringhe di codice, ma dai mattoni della nostra casa interiore: un viaggio improvvisato, un amore finito, una delusione bruciante o i piccoli dettagli della routine.

L’AI può simulare la conoscenza di queste esperienze, ma non potrà mai viverle sulla propria pelle, perché manca di quel corpo e di quella vulnerabilità che sono il presupposto stesso del ricordo.


La grande letteratura italiana ci mostra come la memoria umana sia intrinsecamente legata all’emozione e alle relazioni, due fattori impossibili da digitalizzare. In “Lessico famigliare”, Natalia Ginzburg spiega come i ricordi più forti siano fatti di parole condivise, di frasi storiche e modi di dire tipici che creano un senso di appartenenza immediato. È quel calore umano che ci fa sentire protetti.

Una macchina può tradurre o generare quelle stesse parole, ma non potrà mai provare il senso di “casa” e di radicamento che un essere umano sperimenta quando le riascolta dopo anni.
La memoria umana, inoltre, possiede una plasticità emotiva unica, un potere quasi magico che Giacomo Leopardi chiamava “rimembranza”.

In poesie come “A Silvia”, Leopardi evidenzia come il tempo riesca a ripulire il passato dalle fatiche e dalle ansie del momento, trasformando persino la malinconia in qualcosa di dolce e soave. L’algoritmo di un’AI valuta il passato in modo statico e oggettivo; non conosce il filtro della nostalgia, né la capacità tipicamente umana di perdonare il tempo o di trovare bellezza nel dolore passato.

Allo stesso modo, la memoria come difesa esistenziale cantata da Eugenio Montale quel volto caro che resta impresso come un’ancora di salvataggio contro il male di vivere è un atto di resistenza spirituale che nessuna macchina ha bisogno di compiere, non conoscendo la solitudine.


In conclusione, il parallelo tra la memoria umana e l’era dell’Intelligenza Artificiale ci lascia una lezione fondamentale sul valore dell’umanizzazione. Più la tecnologia diventa potente e pervasiva, più abbiamo bisogno di proteggere e coltivare la nostra controparte umana.

L’invito di Brancati a non avere paura di vivere, a riempire le giornate di passioni e relazioni reali, diventa oggi un imperativo categorico. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci a gestire il mondo, ma è la memoria che ci permette di abitarlo. È il ricordo che ci concede il privilegio di vivere due volte: la prima quando ci buttiamo a capofitto in un’esperienza, e la seconda quando ci fermiamo a ripensarci, consapevoli che nessuna macchina potrà mai rubarci la dolcezza di quel tempo vissuto.