Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Hormuz e il nuovo disordine mondiale: quando la forza rischia di sostituire il diritto

Le parole di Donald Trump sullo Stretto di Hormuz segnano un nuovo livello dell’escalation con l’Iran.

Al di là della provocazione, emerge una domanda più profonda: in un mondo dominato nuovamente dai rapporti di forza, quanto sono ancora efficaci le regole costruite dopo la Seconda guerra mondiale?

Ci sono dichiarazioni politiche destinate a essere dimenticate nel giro di poche ore e altre che, anche quando vengono pronunciate con intenti provocatori, obbligano a interrogarsi sul significato delle parole utilizzate.

Quella pronunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sullo Stretto di Hormuz appartiene certamente alla seconda categoria.

Dopo avere affermato nei giorni scorsi che gli Stati Uniti hanno il «controllo totale» dello Stretto, Trump è arrivato ad annunciare che presto avrebbe dichiarato Hormuz territorio degli Stati Uniti. La provocazione ha assunto una dimensione ancora più evidente con la pubblicazione di una mappa nella quale lo Stretto viene indicato come “NEW U.S. TERRITORY”.

Si potrebbe essere tentati di liquidare tutto come l’ennesima iperbole comunicativa del presidente americano. Sarebbe però un errore.

Non perché una mappa pubblicata da un presidente possa modificare i confini internazionali. Evidentemente non può farlo. Ma perché quelle parole vengono pronunciate mentre Stati Uniti e Iran sono coinvolti da mesi in un conflitto che ha trasformato proprio Hormuz in uno degli epicentri della crisi internazionale.

Il 18 agosto Trump ha dichiarato che non sono in corso negoziati con Teheran e che nessun colloquio è programmato. Contemporaneamente sostiene che Hormuz sia aperto e sicuro. L’Iran afferma invece che lo Stretto resterà chiuso finché Washington non rispetterà le condizioni poste da Teheran, mentre un alto funzionario iraniano ha annunciato il passaggio a una postura militare «pienamente offensiva».

Siamo quindi di fronte a qualcosa che va molto oltre una battaglia di dichiarazioni.

Hormuz: pochi chilometri da cui dipende il mondo

Per comprendere la portata della crisi bisogna guardare una carta geografica.

Lo Stretto di Hormuz separa l’Iran dalla penisola arabica e collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano. Nel punto più stretto misura poche decine di chilometri.

Uno spazio minuscolo se confrontato con le dimensioni del pianeta. Eppure da quel passaggio dipende una parte significativa dell’approvvigionamento energetico mondiale.

Prima dell’attuale crisi transitavano attraverso Hormuz circa 18 milioni di barili di petrolio al giorno. I flussi sarebbero ora scesi intorno ai 2 milioni di barili quotidiani. Il mercato sta cominciando a considerare l’interruzione non più come un fenomeno temporaneo, ma come una possibile condizione prolungata.

Il prezzo del Brent il 19 agosto si muove intorno ai 91 dollari al barile, mentre Iraq e operatori cinesi stanno cercando rotte alternative per ridurre la dipendenza dallo Stretto.

Hormuz dimostra così quanto possa essere fragile l’economia globalizzata.

Milioni di imprese e consumatori che si trovano a migliaia di chilometri dal Golfo Persico possono subire le conseguenze di ciò che accade in una striscia di mare larga poche decine di chilometri.

Ma proprio questa importanza rende ancora più delicata l’affermazione secondo cui una singola potenza potrebbe considerare quello spazio un proprio territorio.

Si può dichiarare proprio uno stretto internazionale?

Naturalmente no.

Il diritto internazionale non funziona attraverso dichiarazioni unilaterali di questo genere.

La Carta delle Nazioni Unite stabilisce innanzitutto il principio della sovrana uguaglianza degli Stati. Lo stesso articolo 2 impone agli Stati di risolvere pacificamente le controversie internazionali e, al paragrafo 4, vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.

Il principio è fondamentale perché rappresenta uno dei pilastri dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945.

Pubblicare una mappa con la scritta “territorio americano” non determina naturalmente alcun trasferimento di sovranità e, considerata isolatamente, non equivale a un’annessione.

Il problema nasce però dal contesto nel quale quella dichiarazione viene pronunciata.

Quando alle parole si accompagnano operazioni militari, blocchi navali, minacce, attacchi e un conflitto già in corso, la distinzione tra provocazione comunicativa e affermazione politica diventa inevitabilmente più delicata.

Ed è precisamente per impedire che la forza possa trasformarsi in un titolo per acquisire territori che il sistema internazionale del dopoguerra ha costruito una serie di principi destinati, almeno teoricamente, a valere tanto per gli Stati più piccoli quanto per le grandi potenze. Le stesse Nazioni Unite ricordano che il divieto della minaccia o dell’uso della forza tutela sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica degli Stati.

Il problema non è stabilire se Trump sia “pazzo”

Di fronte a dichiarazioni di questo genere viene spontanea una domanda: siamo nelle mani di un pazzo?

È una domanda comprensibile, ma probabilmente è anche la domanda sbagliata.

Non disponiamo degli elementi per formulare diagnosi sulla personalità o sulla salute mentale del presidente degli Stati Uniti. E soprattutto concentrare l’intera questione sulla psicologia di Donald Trump rischierebbe di farci perdere di vista un problema assai più grande.

La vera domanda dovrebbe essere:

quanto può dipendere la stabilità internazionale dalle decisioni di un singolo leader?

Ed è una domanda che non riguarda soltanto Trump.

Riguarda il funzionamento delle democrazie, i contrappesi costituzionali, il ruolo dei Parlamenti, la diplomazia, le organizzazioni internazionali e, in ultima analisi, la capacità del diritto di limitare l’esercizio della forza.

Perché il problema non nasce quando al potere arriva un leader prevedibile e rispettoso delle consuetudini.

Le istituzioni dimostrano la propria solidità proprio quando devono confrontarsi con chi è disposto a spingersi fino al limite delle regole.

Se la forza diventa una fonte del diritto

Esiste poi una conseguenza ancora più pericolosa.

Ogni principio internazionale non vale soltanto per chi lo invoca contro un proprio avversario. Deve necessariamente valere per tutti.

Se si accettasse l’idea che una grande potenza possa rivendicare il controllo di un territorio o di uno spazio strategico semplicemente perché dispone della forza militare necessaria per farlo, quale argomento potrebbe essere utilizzato domani per impedire a un’altra potenza di applicare lo stesso principio?

È qui che Hormuz smette di essere soltanto una questione tra Stati Uniti e Iran.

Il problema riguarda l’intero ordine internazionale.

Per decenni abbiamo immaginato un sistema fondato, almeno teoricamente, su alcune regole condivise: sovranità nazionale, integrità territoriale, divieto dell’uso della forza salvo le eccezioni previste dal diritto internazionale, soluzione diplomatica delle controversie.

Queste regole sono state violate molte volte.

Ma una cosa è violare una regola cercando comunque di giustificare la propria azione attraverso il diritto; altra cosa sarebbe arrivare progressivamente ad affermare che è la forza stessa a creare la regola.

La differenza è enorme.

Il ritorno delle sfere d’influenza

Quanto sta accadendo intorno a Hormuz potrebbe allora essere letto all’interno di un fenomeno ancora più ampio.

Il mondo sembra progressivamente allontanarsi dall’ordine multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale e avvicinarsi nuovamente a una logica fondata sulle sfere d’influenza.

Le grandi potenze tendono sempre più frequentemente a considerare alcune aree del pianeta essenziali per la propria sicurezza o per i propri interessi strategici.

Quando questo accade, il confine tra interesse nazionale e pretesa di controllo diventa estremamente sottile.

Ed è proprio in questa zona grigia che il diritto internazionale rischia di perdere progressivamente efficacia.

Non perché scompaiano i trattati.

Non perché venga abolita la Carta delle Nazioni Unite.

Ma perché le regole possono continuare formalmente a esistere mentre diminuisce la capacità delle istituzioni internazionali di farle rispettare.

È forse questo uno degli aspetti più inquietanti della fase storica che stiamo vivendo.

E l’ONU?

C’è infatti un grande assente in molte delle crisi contemporanee: un sistema multilaterale capace di imporre realmente una soluzione.

Le Nazioni Unite nacquero nel 1945 con l’ambizione di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra». La Carta stabilì che la forza armata non dovesse essere utilizzata se non nell’interesse comune e costruì un sistema fondato sulla cooperazione internazionale.

Ottant’anni dopo, quell’architettura mostra tutti i propri limiti.

Il Consiglio di Sicurezza continua a riflettere i rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale. Le grandi potenze dispongono del diritto di veto. E proprio quando una crisi coinvolge direttamente una di esse, la capacità delle istituzioni internazionali di intervenire efficacemente rischia di ridursi drasticamente.

Nasce così un paradosso.

Abbiamo bisogno del diritto internazionale soprattutto quando le tensioni diventano estreme, ma è proprio in quei momenti che il diritto internazionale mostra maggiormente la propria debolezza.

Il costo economico dell’imprevedibilità

Esiste infine un’altra dimensione che non può essere trascurata.

Le dichiarazioni geopolitiche producono conseguenze economiche.

Il petrolio sopra i 90 dollari non è soltanto un numero osservato sui terminali finanziari. Significa costi più elevati per trasporti e imprese, possibili pressioni sui prezzi, minore potere d’acquisto per le famiglie e nuove difficoltà per le banche centrali impegnate a controllare l’inflazione. La crisi di Hormuz sta già incidendo anche sui mercati obbligazionari e sulle aspettative degli investitori.

La geopolitica entra così direttamente nelle nostre vite.

Una frase pronunciata a Washington, una decisione presa a Teheran o un incidente navale nel Golfo possono arrivare, attraverso una lunghissima catena di conseguenze, fino al prezzo della benzina pagato da un automobilista europeo o ai costi energetici sostenuti da un’impresa italiana.

È la contraddizione della globalizzazione: abbiamo costruito un’economia profondamente interdipendente senza costruire un sistema politico internazionale altrettanto capace di governarne le crisi.

Non siamo nelle mani di un uomo. Siamo nelle mani delle regole

Forse, allora, la domanda dalla quale siamo partiti deve essere definitivamente capovolta.

Non dovremmo chiederci se il mondo sia nelle mani di un leader imprevedibile.

Dovremmo chiederci se le istituzioni che abbiamo costruito siano ancora sufficientemente forti da impedire che il destino del mondo finisca nelle mani di qualsiasi singolo leader.

Perché Donald Trump passerà, come sono passati e passeranno tutti i presidenti, i governi e i capi di Stato.

Le regole dovrebbero restare.

Ed è precisamente questa la funzione più importante del diritto: non essere necessario quando tutti si comportano responsabilmente, ma diventare indispensabile quando qualcuno decide di non farlo.

Hormuz, dunque, non è soltanto uno stretto attraverso il quale transitano petroliere.

È diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande.

È il luogo nel quale oggi si confrontano due concezioni del mondo: quella nella quale la forza deve restare sottoposta alle regole e quella nella quale chi possiede maggiore forza pretende di poter riscrivere le regole.

Se dovesse prevalere la seconda, il problema non riguarderebbe più soltanto l’Iran, gli Stati Uniti o il prezzo del petrolio.

Riguarderebbe tutti noi.

Perché la vera domanda del nostro tempo non è chi controlli oggi lo Stretto di Hormuz.

È capire chi controllerà domani il potere di decidere ciò che è lecito nel mondo: il diritto o la forza.