27 Settembre 2022

(Dis)ordini mondiali. L’Onu e l’arte dell’incongruenza

Mentre l’attenzione mondiale è concentrata sul braccio di ferro russo-statunitense e sui civili ucraini vittime dell’apparato bellico di Mosca, dall’Africa al Medio Oriente si levano interrogativi sui presunti «valori universali dell’Occidente», che spesso mascherano l’utile di una o più potenze dominanti

Risoluzione di condanna

Il 2 marzo, l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) ha votato una risoluzione intitolata Aggressione all’Ucraina, in cui si condanna l’invasione russa e si chiede a Mosca l’immediato ritiro delle truppe. Dei 193 paesi membri, 141 hanno votato a favore, mentre hanno espresso voto contrario Russia, Bielorussia, Siria, Eritrea e Corea del Nord. Tra i 35 astenuti, spiccano invece Cina, India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Armenia, Iran, Iraq e 19 Stati africani, tra i quali Algeria e Sudafrica. A votare a favore è stato anche Israele, che dal canto suo sullo scontro Usa-Russia in Ucraina tenta di mantenere un delicato equilibrio diplomatico e tattico per evitare di incrinare le sue buone relazioni con Mosca e Kiev. D’altronde, di quanto siano poco vincolanti le risoluzioni, in particolare di quelle dell’Assemblea generale Onu, ma anche di quelle del Consiglio di sicurezza, Tel Aviv è perfettamente consapevole, date le innumerevoli volte in cui ne ha ignorato le direttive. Di contro, secondo il quotidiano israeliano The Times of Israel, all’esplicito invito di Washington (desiderosa di ampliare quanto più possibile il fronte antirusso) a figurare tra i promotori della proposta di risoluzione bloccata il 26 febbraio al Consiglio di sicurezza Onu dal veto russo, Tel Aviv avrebbe risposto con un diniego. La motivazione ufficiale è che al Consiglio di sicurezza il prevedibile veto di Mosca avrebbe vanificato la presentazione della proposta, mentre all’Assemblea generale nessuno ha il diritto di veto. In realtà, Israele, ben consapevole della scarsa efficacia delle risoluzioni Onu (si pensi a quante volte ne ha ignorato le direttive), ha preferito concedere a Washington un voto favorevole all’Assemblea generale, meno rischioso di quanto non sia esporsi tra i promotori di un testo che condanna l’aggressione contro uno Stato sovrano. Un argomento che rischia di ritorcersi contro Tel Aviv, criticata, soprattutto nel mondo arabo, per la colonizzazione continua dei territori palestinesi, per l’aggressione e l’invasione del Libano del 2006 e per i raid in Siria.

Doppio standard… a pelle

In un articolo pubblicato il 2 marzo dal sito di informazione Middle East Monitor, si legge che la maggior parte degli arabi simpatizza per gli ucraini che subiscono l’attacco della Russia, soprattutto a causa del sostegno russo al presidente siriano Bashar al-Asad e, dal punto di vista storico, per via dell’esperienza del colonialismo. Al contempo, in molti esprimono perplessità sui modi e sui termini utilizzati da gran parte delle testate occidentali per raccontare il conflitto in Ucraina. Anzitutto, perché il calciatore egiziano Mohamed Aboutrika fu punito per aver esibito una maglietta con la scritta «solidarietà per Gaza» dopo aver segnato un gol? La Federazione internazionale del calcio (Fifa) argomentò la decisione deplorando la commistione tra sport e politica. Di contro, oggi i «media occidentali» celebrano il gesto dei giocatori del Manchester City e dell’Everton avvolti nella bandiera ucraina. In secondo luogo, hanno destato sdegno le dichiarazioni di alcuni cronisti, commentatori e presentatori di testate di prestigio, quali la Bbc, la Cbc o Al-Jazeera English, sui profughi che tentano da giorni di lasciare l’Ucraina. Al-Jazeera, almeno, ha pubblicato un articolo contenente esempi di espressioni, tra quelle usate da vari corrispondenti dall’Ucraina, che sottendono pregiudizi razziali, diffondendo inoltre un comunicato in cui, oltre a prendere le distanze dal comportamente del suo corrispondente, prometteva misure disciplinari nei suoi confronti. Le espressioni incriminate, in sostanza, stabiliscono una differenza ineludibile tra profughi bianchi e profughi neri. Una discriminazione sintetizzata in un tweet dal primo ministro bulgaro Kiril Petkov: «questi non sono i rifugiati cui siamo abituati. Come ha detto il cancelliere austriaco, sono nostri parenti, la nostra famiglia. Sono europei, intelligenti, istruiti, alcuni sono programmatori. Noi, come ogni altro, siamo pronti ad accoglierli. Non è la solita ondata di rifugiati dal passato oscuro». Un riferimento neppure troppo implicito ai fenomeni migratori che hanno interessato l’Europa nell’ultimo decennio. Forse per questo, gli studenti nigeriani o indiani che tentavano di fuggire dall’Ucraina sono stati bloccati e vessati, soprattutto al confine con la Polonia.

Insalata russa per il sultano

Una terza questione riguarda poi il sostegno morale internazionale alla resistenza ucraina contro l’aggressore russo: perché la stessa simpatia non si riscontra nei confronti dei palestinesi che resistono alla colonizzazione israeliana? È dunque vero che il conflitto in Ucraina ha messo alla prova quel sistema di valori che le cancellerie euroatlantiche presentano come universali? Persino il comportamento dei paesi europei nei confronti dei profughi ucraini (quelli veri, come li ha definiti il presidente ungherese Viktór Orbán, ossia quelli bianchi) è profondamente diverso da quello adottato verso i rifugiati afghani, siriani, senegalesi o nigeriani: nessun paese europeo ha pensato di pagare la Bielorussia perché ponesse fine al loro viaggio verso l’Europa, mentre Ankara ha ottenuto in cambio di questo ruolo una cospicua remunerazione. Similmente, paesi europei come l’Ungheria o la Polonia, che hanno sempre rifiutato la logica dell’accoglienza, si sono scoperti solidali quando si è trattato dei rifugiati ucraini. Di fronte alle discriminazioni subite dagli studenti nigeriani in fuga dall’Ucraina, invece, il 28 febbraio l’Unione africana ha diffuso una dichiarazione congiunta in cui ha condannato questi gesti razzisti e inaccettabili. Di contro, a prendere la palla al balzo per una critica sistematica della retorica occidentale è stata la Turchia, attraverso il canale in lingua inglese TRT World, che ha diffuso un video in cui si ricorda, a chi considera solo gli europei come civilizzati, che la civiltà esisteva in Mesopotamia molto prima che in Europa orientale. Nella clip si ricorda inoltre che milioni di ebrei hanno trovato in Turchia e in Palestina un rifugio dal nazifascismo, mentre molti europei scapparono dal loro continente in guerra giungendo in Siria. La radice di ogni male, secondo gli autori, sarebbe dunque nell’orientalismo, un approccio alla conoscenza di territori come Asia, Africa e Medio Oriente (tutti ex domini coloniali), basato sul pregiudizio che questi siano i luoghi del mistero, quasi barbarici. Il conseguente paternalismo occidentale verso queste regioni tradisce infatti una mentalità razzista, funzionale alla giustificazione dell’asservimento di interi territori e delle popolazioni che vi abitano.