27 Settembre 2022

La morte di Edy Ongaro. Chi era e perché ha scelto di andare a combattere in Donbass

Si è gettato su una granata, nella trincea di un villaggio di Adveevka, per fare scudo con il suo corpo e difendere gli altri combattenti del Battaglione Prizrak, gurppo di volontari antifascisti. È morto così, il 31 marzo, Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo, 46 enne italiano originario della provincia di Venezia, che era andato a combattere contro il fascismo, per difendere l’indipendenza delle Repubbliche Popolari del Donbass.

Antifascista vicino ai centri sociali, aveva vissuto a Barcellona, dove aveva approfondito i temi della guerra civile spagnola. Tornato in Italia, aveva ricevuto una denuncia per rissa. La scelta di partire per il Donbass è arrivata nel 2015 perché, come ha detto in un’intervista “quando i diritti dei popoli vengono calpestati, ribellarsi è sano, ce l’hanno insegnato i nostri nonni partigiani”.

Chi era Edy Ongaro

Nato 46 anni fa, Edy Ongaro era di Giussago di Portogruaro, in provincia di Venezia. Ultrà del Venezia, da sempre vicino all’ambiente antifascista, aveva vissuto per tre anni a Barcellona, dove dai racconti aveva approfondito la Guerra civile spagnola e il suo spirito internazionalista ne era rimasto affascinato. Durante quella guerra, sul finire degli anni Trenta del Novecento, numerosi giovani da tutto il mondo andarono a combattere contro i fascisti del generale Francisco Franco, formando un battaglione militare composto da stranieri, le Brigate Internazionali. Tornato in Italia, Edy Ongaro aveva lavorato a fasi alterne come molti della sua generazione. Prima di partire aveva provocato una rissa in un bar, picchiando anche il carabiniere che era intervenuto a sedarla e ricevendo una denuncia. Era nel Donbass dal 2015, mosso da quello spirito internazionalista che aveva approfondito a Barcellona. Ha perso la vita il 31 marzo nella trincea di Adveevka, al confine nord della regione di Donetsk. Quando è arrivata una granata, non ha esitato a buttarsi sopra per difendere, con il suo corpo, la vita degli altri combattenti del Battaglione Prizrak, una brigata di volontari principalmente stranieri, uniti dallo spirito dell’antifascismo, come la Brigata Internazionale in Spagna. “Era un Compagno puro e coraggioso ma fragile ed in Italia aveva commesso degli errori. In Donbass aveva trovato il suo riscatto”. Spiega il Collettivo Stella Rossa Nordest , il primo a dare notizia della sua morte. Compagni e amici non si sono stupiti che si sia sacrificato per proteggere gli altri. Edy era infatti conosciuto per la sua generosità. “Quando eravamo assieme era una persona incredibile, piena di vita, ogni tanto fuori dagli schemi come eravamo tutti tra i venti e i trenta anni, ma era di una generosità incredibile” ha detto il suo amico Nicola Ussardi all’AGI. “Vederlo partire è stata una decisione difficile e tosta da digerire, ma tutti noi amici l’abbiamo sempre rispettata, perché era venuta spontanea, di pancia, come è sempre stato lui”. Nicola Ussardi non lo sentiva da due o tre settimane. “Ci ha detto che avrebbe fatto fatica a tenere i contatti perché la situazione si stava facendo sempre più difficile. Eravamo in ansia per lui perché era chiaro che lì in Donbass la situazione non era più come prima”.

Cosa lo aveva spinto ad andare in Donbass

Edy Ongaro aveva scelto come nome di battaglia “Bombazo”, lo stesso nome di un partigiano che aveva combattuto i nazisti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. I suoi due nonni erano partigiani e lui lo rivendicava con orgoglio, come ha raccontato in un’intervista: “Ovunque ci sono tanti piccoli popoli che vengono calpestati nei loro diritti e bisogna reagire. È una sana ribellione che ci hanno insegnato i nostri nonni, questo umano ribellarsi è giusto che venga usato. Come diceva Gaber, libertà è partecipazione”. E lui voleva partecipare alla lotta antinazista in prima fila. Non era un mercenario, Edy. Non era andato a combattere per soldi ed era contento della sua scelta, come disse quando si era da poco arruolato nel Battaglione Prizrak. “Da due giorni, con molto onore, con molto orgoglio, posso dire di far parte finalmente della Prizark. Mi sento internazionalista, vicino agli esseri umani, ai poveri, a chi è uguale a me in ogni parte del mondo”. In un’altra intervista, alla domanda se ricevesse una paga, aveva risposto ridendo: “Certo! Una colazione, un pranzo, una cena e un kalashnikov. L’ho chiamato Anita, come la moglie di Garibaldi. Sono ricco come Poroshenko”. Petro Poroshenko è stato il predecessore di  Volodymyr Zelensky ed è colui che ha iniziato la guerra in Donbass, promuovendo il nazionalismo e l’uso della lingua ucraina senza considerare le minoranze. Non a caso, in alcune città del Donbass, di recente, sono apparsi cartelli in cui c’era scritto “Non aver paura, parla russo”. La sua visione dell’Europa è la stessa di molti illustri storici e sociologi italiani: “L’Europa ha dimostrato che quel bellissimo progetto di popoli senza confini ha fallito. Lo dimostra ciò che sta accadendo qui e ciò che è avvenuto nella ex Jugoslavia, dove popoli fraterni sono stati messi l’uno contro l’altro, a seconda della lingua e della religione. Sono stato due volte a Sarajevo a vedere come un Paese bellissimo come la Bosnia, multiculturale e multietnico, sia stato devastato dagli odi. Qui c’è una giunta che ha rovesciato un governo democraticamente eletto – spiegava riferendosi alla rivolta dell’Euromaiden – , che spara su persone pacifiche. Non ci sono scuse per gli spari e le uccisioni del nostro tenace popolo. Io resterò qui fino a quando avrò sangue nelle vene”.