Il Decreto Albania: Il Governo Meloni Trasforma le Cattedrali nel Deserto in Centri di Permanenza e Rimpatrio



Il governo Meloni ha approvato in Consiglio dei ministri il tanto discusso decreto Albania, che segna ufficialmente la trasformazione delle cattedrali nel deserto di Shengjin e Gjader in Centri di Permanenza e Rimpatrio (CPR). Con questa mossa, l’esecutivo intende risolvere la questione dei migranti attraverso un cambiamento di destinazione d’uso che ha sollevato polemiche e dubbi su utilità ed efficienza.

La decisione di destinare questi due siti in Albania a CPR, strutture per il trattenimento e il rimpatrio dei migranti, arriva dopo mesi di discussioni sul fallimento del cosiddetto “modello Albania”. Una strategia che, in teoria, avrebbe dovuto sgravare l’Italia dalla gestione dei flussi migratori, ma che, di fatto, ha portato alla creazione di strutture fatiscenti, inutilizzabili e costose. Ora, Meloni e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, tentano di correggere il tiro con un cambio di destinazione d’uso che non convince nemmeno i più ottimisti.

L’intento del governo sembra essere quello di non ammettere il fallimento della strategia adottata, trasformando due luoghi abbandonati in CPR, la cui utilità rimane dubbia. La mossa non è priva di controverse implicazioni, soprattutto per la sua possibile incompatibilità con il diritto internazionale, in quanto potrebbero finire in Albania anche migranti provenienti da Paesi che non sono considerati “sicuri”, eludendo le normative europee.

A sollevare ulteriori preoccupazioni è il costo esorbitante che l’operazione comporterà. Si parla di almeno 500 milioni di euro, con cifre aggiuntive per riadattare le strutture e per i trasferimenti verso un altro Paese. Ma la domanda che si pone è: era davvero necessario spendere così tanto per costruire un CPR in Albania, quando in Italia esistono già strutture simili che svolgono la stessa funzione? Nonostante le cifre astronomiche, il progetto sembra una soluzione temporanea che non affronta le radici del problema migratorio, ma si limita a spostarlo geograficamente.

Il governo, con questa mossa, cerca di evitare il riconoscimento del fallimento del modello, scommettendo sul fatto che il 98% dei propri elettori non conosca la differenza tra una struttura CPR italiana e una albanese. Ma, in realtà, questo approccio non risolve nulla: i migranti continueranno ad essere trattenuti in luoghi poco adeguati, senza risposte concrete a lungo termine sul tema della gestione dei flussi migratori.

Un altro aspetto inquietante di questa mossa è la possibilità che il governo utilizzi il cambio di destinazione d’uso per bypassare il diritto internazionale. La strategia prevede che anche migranti provenienti da Paesi non considerati sicuri possano essere trasferiti in Albania, dove potrebbero non godere degli stessi diritti di protezione che avrebbero in Italia. Ciò potrebbe aprire la porta a violazioni delle normative europee, scatenando possibili contenziosi legali e tensioni diplomatiche

Alla luce di quanto emerso, il decreto Albania sembra essere una soluzione costosa, inefficace e potenzialmente in conflitto con le leggi internazionali. Piuttosto che risolvere la questione migratoria, il governo Meloni sembra aver optato per una soluzione che non affronta i problemi reali, ma tenta di dribblarli. I fondi pubblici, che avrebbero potuto essere utilizzati per politiche più efficaci di integrazione e gestione dei flussi, vengono destinati a una struttura in Albania che rischia di replicare, senza miglioramenti sostanziali, i difetti di un sistema già fallito.