La crisi umanitaria nella Striscia di Gaza si aggrava con l’intensificarsi delle operazioni militari israeliane. Secondo fonti dell’esercito israeliano (IdF), circa la metà dei residenti di Gaza City, stimati in un milione di persone, sarebbe fuggita dalla città principale della Striscia per cercare rifugio altrove.
Questo esodo di massa, che coinvolge almeno 480.000 persone, è il risultato degli ordini di evacuazione e dei raid aerei e di artiglieria che stanno preparando il terreno per un’offensiva di terra volta a prendere il pieno controllo della città.
L’operazione, secondo i media israeliani, vede l’ammassamento di centinaia di carri armati, mezzi blindati e bulldozer lungo il confine settentrionale di Gaza.
L’IdF ha esortato i civili a spostarsi verso “aree umanitarie” nel sud, ma le organizzazioni umanitarie come Emergency e UNICEF denunciano le condizioni disumane e la mancanza di un luogo sicuro per la popolazione sfollata, intrappolata tra i bombardamenti, la fame e la carenza di acqua e medicine.
Nel frattempo, la situazione al confine con la Giordania si è ulteriormente inasprita. I media riportano che Israele ha chiuso due valichi di frontiera, in seguito a un attacco che ha causato la morte di due militari israeliani.
L’incidente, avvenuto al valico di Allenby, è stato attribuito a un autista giordano che trasportava aiuti umanitari a Gaza. La chiusura di questi valichi, compreso il ponte di Allenby, l’unico punto di accesso tra la Cisgiordania e la Giordania, complica ulteriormente gli sforzi per far arrivare gli aiuti essenziali a una popolazione già al collasso.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha attribuito la responsabilità dell’attacco alla Giordania, chiedendo l’introduzione di nuovi e più rigorosi protocolli di sicurezza per i camion umanitari. La situazione, già critica, è un ulteriore segnale dell’escalation delle tensioni nella regione, che rende ancora più difficile la fornitura di assistenza a milioni di persone che vivono in condizioni disperate.