Il libro di Serena Mazzini, “La tua solitudine è il nostro business”, ideale per un blog di attualità o una testata di approfondimento tecnologico, è una scoperta.
Siamo passati dall’usare la tecnologia per connetterci con gli altri all’usarla per sostituire gli altri.
È questo il cuore della riflessione di Serena Mazzini nel suo ultimo saggio, “La tua solitudine è il nostro business” (Rizzoli).
Un’analisi lucida e spietata di come l’Intelligenza Artificiale stia colonizzando gli spazi più sacri della nostra esistenza: i sentimenti, il lutto e la gestione del vuoto interiore.
Se un tempo l’IA era relegata a compiti di calcolo o automazione industriale, oggi è entrata nella nostra sfera privata con una confidenza quasi inquietante. Le chiediamo consigli amorosi, la usiamo come surrogato di un terapista, le confessiamo segreti che non oseremmo dire a un amico in carne ed ossa.
Questa evoluzione non è casuale. Secondo Mazzini, le grandi aziende tech hanno deliberatamente progettato questa deriva.
Non si tratta di un “incidente di percorso” dell’innovazione, ma di una strategia precisa: capitalizzare la fragilità umana.
L’IA si presenta come la soluzione perfetta: sempre disponibile, mai giudicante, infinitamente paziente. Ma a che prezzo?
Il mercato “dalla culla alla tomba”
Il testo evidenzia un mercato solido e diversificato che non risparmia alcuna fase della vita.
L’infanzia:Monitorata e dataizzata fin dai primi passi.
La vita adulta: Scandita da chatbot che simulano empatia per venderci abbonamenti.
La nuova frontiera dei “deadbots”, programmi capaci di rielaborare i dati di chi non c’è più per prometterci una forma di “resurrezione digitale”.
È un’economia che si nutre delle nostre debolezze. Se i social network hanno monetizzato la nostra attenzione, l’IA generativa sta iniziando a monetizzare il nostro bisogno di affetto e la nostra incapacità di stare soli.
Il monito dell’autrice è chiaro: abbiamo già commesso l’errore di lasciare che i social media crescessero senza limiti normativi o etici, consegnando il potere culturale e politico nelle mani delle Big Tech. Non possiamo permetterci di fare lo stesso con l’IA.
Accettare che un algoritmo gestisca la nostra solitudine significa delegare la nostra umanità a un’entità che, per definizione, non prova nulla.
L’invito di Serena Mazzini non è un rifiuto luddista della tecnologia, ma una chiamata alla consapevolezza: è necessario porre dei confini prima che il “business della solitudine” diventi l’unica forma di relazione rimasta.
L’IA non risponde solo a bisogni, li modella.
Il rischio di confondere la simulazione di ascolto con l’ascolto reale.
La necessità di una regolamentazione che metta al centro l’individuo e non il profitto dei colossi tecnologici.

