Collodi e il dolore necessario per crescere

Una donna italiana è immersa nel lavoro sui suoi manoscritti, circondata da scaffali pieni di libri.

Il dramma profondo della nostra generazione non è molto diverso da quello di un pezzo di legno grezzo che comincia a piangere e a ridere come un bambino prima ancora di avere un volto.

Quando Carlo Collodi scrive Le avventure di Pinocchio, non sta semplicemente inventando una favola per l’infanzia, ma sta tracciando la mappa di quel deserto emotivo ed esistenziale che ogni adolescente si trova ad attraversare quando avverte il peso di dover diventare “qualcuno”.

Per i ragazzi del nostro tempo, nati e cresciuti in un mondo iperconnesso ma profondamente frammentato, quel burattino senza fili e senza radici è uno specchio spietato. Sentirsi un involucro artificiale, rigido, sospeso tra il desiderio di essere visti e la paura di non esistere affatto, è l’esperienza quotidiana di chi oggi cerca la propria identità dietro lo schermo di uno smartphone, cercando di dare una forma umana al vuoto.

La crisi d’identità contemporanea si consuma esattamente lì, nella terra di mezzo tra ciò che gli altri si aspettano che noi siamo e l’impulso caotico di fuggire da ogni forma di responsabilità.


Pinocchio incarna il grande paradosso della giovinezza: la pretesa di un’autonomia assoluta che si traduce, inevitabilmente, in una nuova e più sottile forma di schiavitù. Il pezzo di legno rifiuta la bottega di Geppetto, rifiuta i libri acquistati a prezzo di enormi sacrifici paterni, perché confonde la libertà con l’assenza di confini.

Questo edonismo esasperato, questa ricerca ossessiva del piacere immediato e della rimozione del dolore, è il tratto distintivo della nostra società dei consumi, che ha trasformato il mondo intero in un immenso, perenne Paese dei Balocchi. Oggi i venditori di fumo non viaggiano più su un carro tirato da somarelli, ma si nascondono dietro algoritmi speculativi, promesse di ricchezza facile senza studio e mercificazione dell’apparire.

L’illusione di Pinocchio è la stessa del giovane contemporaneo che cerca l’anestesia della movida artificiale, del divertimento obbligatorio, della gratificazione istantanea dei “like”, scoprendo solo troppo tardi che l’edonismo sfrenato non libera l’individuo, ma lo robotizza. La metamorfosi asinina descritta da Collodi, che trova un’eco drammatica e grottesca sia nelle trasformazioni classiche di Ovidio sia nell’incubo esistenziale di Franz Kafka, è la punizione metaforica per chi rinuncia al pensiero critico: chi rifiuta la fatica di darsi una forma finisce per assumere la forma di una bestia da soma, carne da macello per il mercato e per il potere.


Per uscire da questa alienazione, la lezione di Collodi si rivela di un’attualità sconvolgente: l’identità non è un dato biologico e non è un passaporto che si riceve per diritto di nascita; l’identità è una conquista etica che passa necessariamente attraverso l’autolimitazione e l’autodeterminazione.

Diventare “un ragazzino perbene” non significa piegarsi a un conformismo borghese o accettare passivamente le regole di una società castrante rischio che Luigi Pirandello avrebbe più tardi denunciato parlando delle “maschere” e dei pupazzi sociali. Al contrario, l’autodeterminazione di Pinocchio consiste nel capire che la vera libertà non coincide con il fare tutto ciò che si vuole, ma nel saper scegliere cosa escludere per custodire ciò che conta.

Significa dire di no alle lusinghe del Gatto e della Volpe, accettare la fame atavica e la povertà che anche Giovanni Verga descriveva nelle sue brucianti pagine veriste, senza però lasciarsi sconfiggere dalla miseria.

Autodeterminarsi significa comprendere che il limite non è una prigione, ma la condizione stessa grazie alla quale un pezzo di legno può smettere di essere un oggetto manipolabile da chiunque e iniziare a essere un soggetto.


Tuttavia, il fulcro terapeutico dell’opera, l’unico vero antidoto alla disperazione della nostra epoca individualista, risiede nella scoperta che l’io non si costruisce mai da solo. La filosofia del Novecento, da Martin Buber a Emmanuel Levinas, ha ampiamente dimostrato che l’identità nasce solo nello sguardo dell’altro, eppure Collodi lo aveva già scritto nel profondo di un ventre oscuro.

Finché Pinocchio corre da solo per il mondo, accumula solo traumi, impiccagioni, processi farsa e inganni. La vera svolta esistenziale si compie nel buio claustrofobico del Pesce-cane, un abisso che ricorda la natura matrigna e indifferente di Giacomo Leopardi, un vuoto cosmico che minaccia di inghiottire ogni senso. È in quella totale oscurità che il burattino ritrova il padre, debole, anziano, ormai rassegnato a morire.

Ed è qui che avviene il miracolo della maturazione: Pinocchio smette di chiedere di essere salvato e decide di salvare. Si carica il padre sulle spalle e nuota controcorrente verso la luce. Il sacrificio di sé, il lavoro faticoso intrapreso nei giorni successivi per procurare il latte al genitore malato e per aiutare la Fata Turchina, non è sottomissione, ma l’atto supremo d’amore che spezza l’incantesimo della materia inanimata.

Ci si salva solo insieme; l’individualismo è un guscio di legno che protegge dagli urti ma impedisce di respirare, mentre la salvezza è un atto comunitario, un ponte teso verso la fragilità dell’altro.


Quando finalmente avviene la metamorfosi finale, l’immagine che Collodi ci consegna è di una potenza emotiva devastante, capace di far vibrare le corde più intime di chiunque guardi al proprio passato con nostalgia e trepidazione. Il bambino nuovo, svegliatosi in una stanza pulita e operosa, si volta a guardare il vecchio burattino di legno che giace abbandonato su una sedia, con le braccia ciondoloni e le gambe incrociate, come un involucro vuoto che ha esaurito il suo compito.

C’è un dolore immenso e bellissimo in quel distacco. Diventare grandi, trovare la propria identità in questo mondo difficile, significa accettare di veder morire una parte di sé. Significa abbandonare l’immortalità spensierata e irresponsabile dell’infanzia, l’anarchia di quel legno che non sentiva la fatica né il tempo che passa, per accogliere la carne fragile, esposta alla sofferenza, alla vecchiaia e alla morte, ma finalmente capace di amare.

Ogni ragazzo che oggi stringe i denti per superare le proprie paure, che rinuncia a un briciolo del proprio egoismo per prendersi cura di un amico, di un genitore, del futuro di questa terra ferita, sta compiendo lo stesso identico viaggio.

E guardando indietro a quel burattino che siamo stati a tutte le nostre bugie, alle nostre fughe, ai nostri nasi allungati dall’orgoglio e dalle insicurezze non possiamo che sussurrare, con gli occhi lucidi di gratitudine e di commozione, quanto fosse tenera, disperata e necessaria quella nostra bellissima, indimenticabile imperfezione.